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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2015 alle ore 06:37.

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«Eh no, questa è l’unica cosa che non posso raccontarle. Dico solo che siamo molto contenti». L’entità del risarcimento resta riservata ma i toni di Manuela Bonetti, ad di Frabo, non lasciano molti dubbi sull’esito dell’accordo. L’intesa stragiudiziale raggiunta tra l’azienda meccanica bresciana e l’ente di certificazione tedesco DVGW (Associazione tecnico-scientifica per gas e acqua) arriva al termine di una lunga querelle. Iniziata nel 2002, con lo stop alla vendita in Germania di un nuovo prodotto dell’azienda bresciana, un raccordo in grado di funzionare indifferentemente sulle tubature dell’acqua e quelle del gas. Prodotto non certo marginale per Frabo, in grado di arrivare in pochi anni a valere la metà dei ricavi aziendali, ma bloccato proprio nel mercato di sbocco maggiore, cioè Berlino. «Ed è per questo - spiega l’ad - che abbiamo fatto ricorso contro la decisione tedesca, procedura attivata peraltro su richiesta di un concorrente locale, forse preoccupato di perdere mercato».

Pur consapevole della difficoltà dell’iter, la Pmi bresciana non si è scoraggiata, iniziando i ricorsi in sede europea. Un lungo percorso, che ha portato all’apertura di due procedute di infrazione contro la Germania e infine all’accoglimento da parte della Corte di Giustizia europea delle tesi aziendali. Percorso culminato nella decisone, favorevole a Frabo, da parte della corte d’appello tedesca, sentenza che ha spinto poi l’ente di certificazione a seguire la via dell’accordo stragiudiziale. «L’ente di certificazione - spiega l’ad - aveva presentato appello ma alla fine valutando le sentenze precedenti ha forse pensato che i rischi sarebbero stati anche superiori. Ecco perché alla fine hanno optato per un accordo stragiudiziale. Negli anni i soli costi legali di questa vicenda per noi hanno superato ampiamente il milione di euro ma nonostante questo non ci siamo mai fermati, consapevoli della correttezza delle nostre posizioni ». Lo stop tedesco al prodotto, che nello stesso periodo peraltro veniva venduto in tutta Europa, nelle stime aziendali ha comportato negli anni mancati ricavi nell’ordine dei 30 milioni di euro, cifra che almeno in parte si potrà provare a recuperare ora. «Da subito il prodotto è vendibile - spiega Manuela Bonetti - e pensiamo tranquillamente di poter arrivare in Germania a generare 3-4 milioni di euro di ricavi».

Frabo, 93 addetti e 30 milioni di vendite, fondata nel 1969 e arrivata alla seconda generazione imprenditoriale, si prepara all’apertura del mercato con nuovi investimenti e una decina di assunzioni, con il nuovo sito produttivo che sarà operativo tra ottobre e novembre. «La Germania è il nostro primo mercato di sbocco - racconta l’ad - e in generale l’export è diventato fondamentale, vista la debolezza del mercato interno legato all’edilizia. Ora siamo decisamente più sereni, ci è sempre parso che gli ostacoli incontrati in Germania fossero assurdi, contrari alle regole del mercato unico. E’ stata dura, ma alla fine si è visto che avevamo ragione noi».

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