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M&A, la Cina accelera in Italia

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M&A, la Cina accelera in Italia

In tutto, sono 322. Danno lavoro a 17.800 persone e producono 8,4 miliardi del nostro Pil. Sono le aziende italiane di proprietà degli investitori cinesi. Sono molte, e soprattutto sono in crescita: se tutto procederà a dovere tra ChemChina e Pirelli, le acquisizioni cinesi in Italia negli ultimi 18 mesi saranno superiori a quelle fatte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, segnalano gli esperti dell’agenzia di rating cinese Dagong Europe.

Mercoledì l’Unctad renderà nota l’edizione 2015 del World Investment Report, la fotografia annuale degli investimenti esteri nel mondo. Qualcosa però James Zhan, l’uomo che coordina la pubblicazione, se lo è fatto scappare la settimana scorsa, nel corso della conferenza mondiale delle agenzie per l’attrazione degli investimenti che si è svolta a Milano. Nel 2014, ha detto Zhan, l’Asia è stata la più grande fonte di capitali esteri e la Cina (con Hong Kong) è nettamente il secondo Paese investitore al mondo, più attivo della Germania e persino del Giappone.

Se dunque Pechino è tra i motori più ruggenti delle acquisizioni, quanti giri ha fatto finora nel nostro Paese? La risposta - 322, appunto - è frutto del lavoro della banca dati Reprint, costruita da R&P in collaborazione con il Politecnico di Milano e l’Università di Brescia. L’impennata è cominciata meno di dieci anni fa. Tre quarti delle aziende partecipate, ricorda il professor Marco Mutinelli, docente all’ateneo bresciano e responsabile della banca dati, si trovano in Italia settentrionale, 95 solo in Lombardia (in pratica, il 40% del totale); seguono il Veneto con 32 imprese partecipate, Lazio e Piemonte entrambi con 20 e l’Emilia-Romagna con 14.

La palma di investimento più corposo nel nostro Paese va al gigante energetico cinese State Grid, la maggiore società elettrica al mondo, che l’anno scorso ha speso oltre due miliardi di euro per rilevare il 35% di Cdp Reti, che a sua volta possiede il 30% di Terna e Snam. Nel paniere di Pechino, ricorda il professor Mutinelli, l’anno scorso è entrata anche la bellunese ACC Compressors, produttore di compressori per frigoriferi, acquisita nel luglio scorso dalla Wanbao Group Compressor. Tre mesi dopo il gruppo lucchese Salov (che controlla i marchi dell’olio di oliva Sagra e Berio) è stato acquisito dalla società statale Bright Food, mentre a dicembre il Fondo Strategico Italiano della Cassa Depositi e Prestiti ha ceduto il 40% di Ansaldo Energia alla Shanghai Electric Corporation.

In Italia sono a maggioranza cinese la Om Carrelli Elevator, la milanese Cifa del calcestruzzo (era il 2008, e Zoomlion dava il via alla stagione delle grandi acquisizioni del Dragone in Italia e in Europa) e la toscana Fosber, produttore di macchine per imballaggi; il gruppo Ferretti costruttore di motoryatch e la farmaceutica comasca Sirton; il produttore parmense di abbigliamento maschile Caruso e la bergamasca Pinco Pallino. Contano come cinesi anche la filiale italiana della svedese Volvo, che nel 2010 fu acquisita dalla Geely, così come la catena francese di profumerie Marionnaud, che nel 2005 fu acquisita dal gruppo Hutchinson Whampoa di Hong Kong, lo stesso che controlla H3G.

«L’operazione Pirelli non era prevedibile - confessa Mutinelli - chimica e gomma non sono due settori in cui le aziende cinesi si erano in precedenza mosse significativamente nei Paesi avanzati. Questa operazione poi dimostra che il tiro è stato alzato e che la dimensione degli investimenti si è fatta più importante». Talmente importante, ricorda il capo del Corporates Analytical Team di Dagong Europe, Richard Miratsky, «che la Cina da sola ha rappresentato il 27% di tutti gli investimenti esteri affluiti in Italia nel 2014». In Europa, prosegue Miratsky, «i capitali cinesi l’anno scorso hanno raggiunto la cifra record di 18 miliardi di dollari e l’Italia ha rappresentato il secondo Paese di destinazione continentale, con 3,5 miliardi di dollari di investimenti, dietro alla Gran Bretagna».

«La crescita dell’interesse cinese per l’Italia - conclude Mutinelli - è un fenomeno indubbio. Ma quel che più conta, per il nostro Paese, è che molte di queste imprese cinesi stanno compiendo solo ora i loro primi passi da multinazionali. È possibile quindi che quelli in Italia, per loro, siano i primi investimenti in Europa: in questo caso, si tratta di basi destinate a restare e ad ampliarsi, poiché avranno la funzione di quartier generale di tutti i successivi investimenti nel continente».

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