Economia

L’Italia non è un Paese per investimenti esteri

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INTERNAZIONALIZZAZIONE

L’Italia non è un Paese per investimenti esteri

(Marka)
(Marka)

Quanto è aperta l’Italia? Quanto partecipa, è integrata e sa cogliere le opportunità del mercati globali il nostro Paese, ovvero la 2ª manifattura d’Europa? Non troppo: 17ª su 39 (l’anno scorso era 14ª). Si può fare meglio. Anche perché lontana dai suoi principali partner internazionali.

Il paese più globalizzato del mondo, invece? Secondo l’Istituto Bruno Leoni è l’Irlanda. A misurare “l’indice di globalizzazione” di una quaratina di economie industrializzate è il Think Tank Bruno Leoni, che ha presentato di recente il suo report in Assolombarda nel corso di un convegno, «L’Indice della Globalizzazione. La partecipazione degli Stati membri del G20 e della Ue ai mercati globali (1994-2015)» .

In pratica, una fotografia degli ultimi 20 anni di globalizzazione (1994-2015) paese per paese, con l’Italia che si posiziona a metà classifica, 17ª su 39. Prima di noi piccoli Paesi come Irlanda (1°) o Malta . Ma anche manifatture strutturate come Regno Unito (6°), Germania (7ª), Francia (9ª) ma anche Spagna (13ª). Lo studio – condotto da Rosamaria Bitetti, Ornella Darova e Carlo Stagnaro – analizza 39 economie, tenendo conto di tre macro indicatori: import-export e livello di integrazione nelle supply chain, investimenti diretti esteri e connettività.

E L’Italia? Si dimostra un “giano bifronte”. Perché da un lato si riconosce l’elevata capacità di import-export e la sua permeabilità al commercio internazionale: l’interscambio è cresciuto in questi anni da circa il 41% del Pil nel 1994 al 57% nel 2015, addirittura superando il picco pre-crisi (55 per cento). Dove restiamo indietro sono gli investimenti diretti esteri (Fdi). Con rare eccezioni, dal 1994 al 2015, il flusso degli investimenti diretti esteri si è infati attestato intorno all’1% del Pil. Per l’Italia – secondo le ultime stime dell’Unctad per il 2016 – il dato si dovrebbe attestare attorno ai 20 miliardi di dollari. Ben lontani dai 46 miliardi delle stime per la Francia o ai quasi 180 miliardi del Regno Unito.

I PRIMI DIECI PAESI PER ATTRAZIONE DI INVESTIMENTI ESTERI
Stime 2016. Dati in miliardi di dollari. (Fonte: Unctad)

«Gli investitori esteri cercano progetti di ampio respiro e grandi dimensioni – ha spiegato Michele Scannavini, presidente di Ita (l’ex Ice) – che da noi sono oggettivamente pochi. In più conitnuiamo ad avere un certo scetticisimo culturale all’apertura del nostro mercato a capitali stranieri. Non a caso, da noi solo il 19% delle fonti di finanziamento giunge alle aziende dal mercato dei capitali, a differenza del 32% della Germania, del 34% della Francia e del 55% della Gran Bretagna». «Dobbiamo avere una visione a 20-30 anni – ha sottolineato Gianfelice Rocca , presidente di Assolombarda –. Dobbiamo concentrare le risorse su innovazione, ricerca e sviluppo, anche di base, ma dobbiamo darci delle traiettorie, anche sottraendole alle imprese tradizionali».

«Siamo fieri di essere ad oggi l’unica multinazionale con un quartier generale regionale in Italia – ha concluso Esther Berrozpe Galindo, presidente di Whirlpool Emea –. In Italia abbiamo sempre trovato terreno fertile, non da ultimo per il piano di investimenti da oltre 500 milioni che saranno realizzati entro il 2018».

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