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Crisi Dema: il Tribunale esamina il salvataggio del Fondo…

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AEROSPAZIO

Crisi Dema: il Tribunale esamina il salvataggio del Fondo Bybrook-Morgan Stanley

Dema, azienda aerospaziale campana, è al bivio: si attende oggi la decisione del Tribunale di Nola sul destino dell’azienda e dei suoi 800 dipendenti. Il giudice deve decidere se Dema potrà continuare a produrre o dovrà chiudere i battenti precipitando verso il fallimento. Dopo una lunga crisi, infatti, si è presentata un’occasione: il fondo di investimento inglese Bybrook Capital LLC e Morgan Stanley hanno manifestato interesse a rilevare l’80% del capitale di Dema al costo di 45 milioni. Ma chiedono che prima venga approvato da tutti i creditori il piano di ristrutturazione del debito che oggi ammonta a circa 100 milioni.

Un cammino complesso in tal senso è stato fatto: dopo aver condotto le prime verifiche e due diligence, i potenziali investitori hanno confermato un possibile ingresso nel capitale di Dema attraverso un processo di ristrutturazione, che ha coinvolto tutti gli stakeholder aziendali (soci, clienti, fornitori, creditori finanziari, fisco ed Inps), oltre a studi legali ed advisor (quali EY, Delfino Wilkie per citarne alcuni) e ben due asseveratori. Un percorso che _ secondo quanto sostengono fonti sindacali e Dema stessa _ è giunto quasi alle battute finali con banche, enti e società che rappresentano il 91% circa dell’esposizione debitoria totale. E che si è svolto applicando l’art. 182 bis sesto comma della legge fallimentare. Norma che consente di negoziare il debito mettendo al riparo la società da azioni che possano compromettere la continuità aziendale.

La proposta
Il piano, in sintesi, prevede dilazioni varie e stralci (in media del 40%) di ciascuna voce di debito (22 milioni verso le banche, 15 verso Agenzia delle Entrate, altrettanti versi Insps e 38 milioni nei confronti di fornitori e società del gruppo). Per quanto riguarda il debito verso il ceto bancario (composto da Unicredit, Intesa, Mps, Bpm, Bnl, Bper) l’accordo è stato definito in una lettera preliminare all’intesa definitiva. Mentre non c’è stata risposta da parte di Agenzia delle Entrate e Inps. Questi accordi si sarebbero dovuti concludere entro il 22 maggio scorso, ma ciò non è avvenuto. «Ciascuno sta facendo il massimo per salvare l’azienda _ precisa Francesco Marotta che per EY segue Dema – ma ciascuno con le sue procedure. L’obiettivo è raggiungere un accordo pieno».
La società debitrice, quindi, ha depositato istanza al Tribunale di Nola con cui chiede una proroga del termine per il deposito degli accordi e, allo stesso tempo, chiede l’autorizzazione, con il favore dei creditori, ad utilizzare nella produzione un finanziamento ponte offerto dal fondo Bybrook. Il Fondo inglese infatti è disposto ad anticipare la somma necessaria a Dema per mantenere gli impegni assunti con i propri clienti: Leonardo, Bombardier, Pratt&Whitney Canada, e altri. Senza una immediata immissione di denaro, la società campana _ dicono in Dema _ non potrà onorare gli impegni e le commesse andranno perse. La parola quindi al giudice monocratico del Tribunale di Nola sezione crisi d’impresa.
Chi è Dema
La Design Manufacturing SpA è attiva nel settore aerospaziale dal 1993 come azienda innovativa che si occupa di progettazione, industrializzazione e assemblaggio di strutture aeronautiche complesse. È presente a Somma Vesuviana (Napoli), Paolisi (Benevento) e Brindisi con stabilimenti produttivi e uffici di ingegneria. A Montreal (Canada) con Dema Aeronautics, centro di progettazione ed ingegneria. Il gruppo, che ha chiuso il 2016 con un fatturato di circa 40 milioni, ha un organico di circa 800 dipendenti diretti e produce lavoro per altre 200 persone nell’indotto.
La crisi si trascina ormai da diversi anni e, dal febbraio 2016, è sbarcata sul tavolo della task force per le crisi di impresa del ministero dello Sviluppo Economico. Le organizzazioni sindacali territoriali Fim-Fiom-Uilm oggi sollecitano Agenzia delle Entrate e Inps. «Si faccia presto a formalizzare gli accordi per la finanza ponte per Dema – dice Francesco Griffo, della segreteria partenopea della Fim – altrimenti gli investitori non potranno intervenire e l’azienda fallirà nonostante le sue numerose commesse».

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