Economia

Dossier Treu: «Sistema sano e già pronto a nuove sfide»

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    Dossier | N. 31 articoliFocus - Il nuovo lavoro

    Treu: «Sistema sano e già pronto a nuove sfide»

    L’obiettivo del “pacchetto” del 1997 «era quello di modernizzare e rendere più flessibile» il mercato del lavoro. In quest’ottica «vanno lette le facilitazioni al part-time, ai tirocini, all’apprendistato. E anche la prima vera apertura al lavoro intermittente, fino a quel tempo vietato nel nostro Paese». Sono passati 20 anni «e quella scelta la rivendico - sottolinea Tiziano Treu, classe 1939, ex ministro del Lavoro dell’allora governo Prodi, attuale presidente del Cnel -. Le Agenzie per il lavoro sono ormai parte integrante del sistema dei servizi per l’occupazione. E adesso sono pronte a nuove sfide: penso soprattutto alla ricollocazione dei disoccupati, e allo sviluppo di un efficace sistema di alternanza capace di aiutare gli studenti a conoscere, prima e meglio, il mondo delle imprese».

    Professor Treu, il 1997 era l’anno in cui l’Europa spingeva per la flexicurity...

    Sì. E l’Italia era tra i pochi paesi a non utilizzare il lavoro interinale. Con la legge 196 abbiamo aperto una breccia, seppur con una serie di paletti e tutele. Dopo 20 anni posso dire che le Apl sono rimaste poche e hanno l’obbligo di registrarsi. I lavoratori “somministrati”, poi, hanno diritto alla parità di trattamento, e quando vanno in missione, sono soggetti alle stesse disposizioni dei dipendenti delle società “utilizzatrici”. Anche le iniziali resistenze della sinistra più radicale e dei sindacati si sono, nel tempo, affievolite: oggi quasi tutti riconoscono che una fornitura di manodopera a tempo indeterminato offre molte più garanzie di un rapporto temporaneo.

    Resta il fatto che l’incidenza dei lavoratori interinali rispetto al totale dipendenti è modesta, nel 2016 il 2,2%.

    In effetti si intercetta una parte ancora marginale del mercato del lavoro. Di passi avanti però ne sono stati fatti. In passato il lavoro interinale era usato un pò come patto di prova o più semplicemente per tappare buchi. Abbiamo commissionato, assieme all’Inapp (l’ex Isfol, ndr), un’apposita ricerca. Ebbene, i dati ci dicono che adesso le persone assunte in somministrazione sono di tutte le età, non solo primi ingressi. E poi le durate medie dei rapporti si sono allungate al 40%. Ormai siamo sui livelli di un part-time. Questo significa che le Apl hanno lavorato bene.

    Certo, ci sono ancora ostacoli. Per esempio, le modalità di accreditamento, con i soliti contrasti Stato-Regioni.

    Certo. Qui purtroppo si sconta l’esito del referendum dello scorso 4 dicembre, con la conferma di ampie competenze in capo alle Regioni. Tuttavia se un ente territoriale è in ritardo e rifiuta l’accreditamento di una Apl, ci si può rivolgere all’Anpal. E l’accreditamento Anpal vale per tutto il territorio nazionale.

    Ora, con il Jobs act, le Agenzia sono parte integrante della rete dei servizi per il lavoro. Non crede che tutte le banche dati, Inps comprese, debbano parlarsi di più?

    Non c’è dubbio. Spero che prima o poi si sviluppi in Italia una cultura dei dati condivisi tra le varie amministrazioni pubbliche. C’è però un altro ostacolo: l’Inps sta a Roma, ma chi verifica le misure di politica attiva è nelle Regioni. In questo modo, per esempio, è difficile rispettare la condizionalità tra attivazione del soggetto e sostegno al reddito. L’aspetto organizzativo va migliorato. Come pure bisogna dotare i centri per l’impiego di più personale: in Germania, Francia e Inghilterra personale e investimenti sono di gran lunga superiori ai nostri.

    Un’ultima domanda sull’alternanza. Le Apl possono fare molto per migliorarla?

    Sì, perchè conoscono il mercato del lavoro e le aziende. Devono parlarsi con le scuole, come stanno iniziando a fare, e aiutarle a indirizzare bene gli studenti e a svolgere le pratiche amministrative. In ogni caso per far decollare l’alternanza ci vuole tempo: anche in Germania sono trascorsi 10 anni prima di vedere i risultati concreti.

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