Economia

La via Emilia calamita capitali esteri per know-how, marchi e…

  • Abbonati
  • Accedi
GLOBALIZZAZIONE

La via Emilia calamita capitali esteri per know-how, marchi e qualità

Gli investitori arrivano in Emilia-Romagna in cerca della qualità ed esclusività delle produzioni manifatturiere e del know-how artigianale legato ai marchi. E quando acquisiscono aziende sul territorio lo fanno non per depredarle e andarsene ma per insediarsi e migliorare performance e apertura internazionale a lungo termine. È il quadro che emerge dalla ricerca sugli Ide (investimenti diretti esteri) e le potenzialità per l’industria italiana e regionale realizzata da Kpmg per il Comitato Leonardo, presentata a Bologna in occasione dell’XI incontro del club per l’eccellenza industriale, organizzato in collaborazione con Ima.

E se Alberto Vacchi, presidente di Ima, punta i riflettori sulle filiere quale fattore strategico del superiore appeal della via Emilia rispetto alla media nazionale, in virtù di flessibilità e specializzazione dell’ecosistema di subfornitori organizzati attorno a un campione, il presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Maurizio Marchesini, porta il focus sul ruolo chiave della formazione e delle reti di ricerca e innovazione in cui sono imbevute le filiere manifatturiere. Ed entrambi ribadiscono la necessità che la «rivoluzione dolce» 4.0 - che è da anni un driver della competitività dei big player, anche in regione - si propaghi a valle, tra le Pmi. «Perché il nostro problema oggi - spiega Marchesini - è che abbiamo la qualità ottimale ma non la quantità ottimale di competenze hi-tech e questo è un freno all’ulteriore sviluppo».

Sono 19 le aziende emiliane (per 25 miliardi di fatturato, 44% export) associate al Comitato Leonardo, nato nel 1993 per rafforzare l’immagine di eccellenza dell’Italia nel mondo, che rappresenta 160 aziende nel Paese, oltre 330 miliardi di euro, con una quota all’estero pari al 55%. La punta migliore del made in Italy, che fa gola ai competitor stranieri, come confermano i dati dell’indagine Kpmg che fotografano una ripresa negli ultimi due anni delle operazioni di M&A e come si capisce dai marchi finiti in mani straniere: Parmalat, Ducati, Marazzi, Twin-set, Bormioli, tutti sinonimi di tradizione, design, esclusività. Dal 2011 al 2016 sono arrivati capitali esteri sul territorio per circa 9,5 e il numero di operazioni è di fatto raddoppiato (35 nel 2016 contro le 12 nel 2012 - annus horribilis per gli Ide - in Emilia-Romagna, mentre in Italia sono passate nei quattro anni da 91 a 262). Usa, Francia e Germania, sono i principali investitori sulla via Emilia, ma si affacciano anche qui i nuovi player provenienti dai Paesi asiatici (Cina e Giappone).

IL MERCATO M&A IN EMILIA ROMAGNA
NUMERO DI OPERAZIONI
(Fonte: Kpmg)
IL CONTROVALORE DELLE OPERAZIONI
Dati in mld di euro. (Fonte: Kpmg)

Ma quello che più rileva, spiega il partner Kpmg Alessandro Carpinella, è che a livello regionale, così come sul piano nazionale, le operazioni di M&A estero su Italia hanno quasi sempre effetti positivi sulle imprese acquisite, sia sotto l’aspetto economico, sia su quello dimensionale, sia infine su quello della produttività, finendo con il migliorare anche il Pil del territorio. «Per cui la conclusione è che la policy migliore che le istituzioni possono portare avanti di fronte al fenomeno degli investimenti esteri è “laissez-faire, laissez-passer”, perché il meccanismo del M&A per fare arrivare capitali sta funzionando, non è salvifico ma apporta sostanziale liberalizzazione dei mercati», conclude Kpmg.

E Mauro Sirani Fornasini, ad di Philip Morris Manufacturing&Technology, conferma come l’Emilia abbia saputo rispondere alle attese della multinazionale del tabacco che cercava un territorio per il primo investimento greenfield per i prodotti di tabacco senza fumo (Iqos): negli ultimi quattro anni Pmi ha scommesso un miliardo di euro in Valsamoggia, alle porte di Bologna, e arriverà a creare - con il raddoppio della fabbrica annunciato pochi giorni fa e che sarà a regime nel 2018 - 1.200 nuovi posti di lavoro. «Siamo diventati la lead factory per Pmi che farà da modello su scala globale come best practice per layout e innovazione. Un risultato - spiega l’ad - frutto del gioco di squadra di tutti gli stakeholder locali».

Sono gli elementi soft legati alla capacità di cooperare anche nella competizione (pure con i sindacati) che si sommano alla competitività flessibile della filiera ad aver permesso al gruppo meccatronico Bonfiglioli di essere predatore e non preda in Germania, per ben due volte, aggiunge la presidente Sonia Bonfiglioli. Ed è il “bello e utile” di leopardiana memoria ad aver portato al successo mondiale Guzzini Illuminazione, che dopo mezzo secolo di crescita per linee interne è pronta ora per una acquisizione in Nord America.

Ma anche chi, come la fioranese Emilceramica, sceglie la strada contraria - è stata acquisita a inizio anno dal colosso americano Mohawk, che già aveva fatto suo il brand Marazzi - lo fa per poter garantire un futuro di lungo termine a produzioni di piastrelle made in Italy top di gamma, di fronte ai nodi del passaggio generazione e alla necessità di investimenti massicci in nuove tecnologie e internazionalizzazione: grazie alla sinergia Marazzi-Emilceramica è in costruzione nel distretto sassolese il più grande stabilimento per la produzione di lastre ceramiche . «La proprietà sarà anche americana ma Marazzi ed Emilceramica restano marchi e asset italiani, che qui sul territorio traggono la loro linfa. La “cassa” globale aiuta a sostenere artigianato e tradizione locali, lo dimostrano i numeri di Kpmg e lo raccontano le storie delle nostre eccellenze manifatturiere», conclude il lavori Luisa Todini, presidente del Comitato Leonardo.

© Riproduzione riservata