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Così gli accordi di libero scambio fanno bene al Made in Italy

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Così gli accordi di libero scambio fanno bene al Made in Italy

Anche nell’agroalimentare l’Italia è un paese importatore di materie prime ed esportatore di prodotti finiti. Opporsi all’aperura dei mercati e in particolare alla conclusione dei nuovi accordi di libero scambio che l’Unione europea sta negoziando con molti paesi emergenti, dal Sudamerica all’Asia, e con il Giappone, non solo è sbagliato ma è controproducente, visto che nel settore agroalimentare in particolare l’Italia importa da paesi Ue per poi esportare soprattutto sui mercati extra-Ue. Questo è emerso dal confronto tra imprese e operatori del settore a Roma nell’ambito della prima edizione di “Grow!”, la nuova piattaforma creata da Agrinsieme, il coordinamento delle associazioni agricole che riunisce Cia, Confagricoltura, Alleanza delle Cooperative e Copagri, focalizzato sul futuro degli accordi di libero scambio per il settore.

Nomisma: oltre un terzo dell’export agroalimentare sui mercati extra-Ue
Oltre un terzo (il 36%), delle vendite made in Italy infatti è destinato ai mercati extra-Ue, secondo uno studio presentato da Nomisma. Su un totale di 30,9 miliardi di prodotti food & beverage esportati nel 2016, sottolinea lo studio, l’incidenza dei mercati extraeuropei è stata pari al 36 per cento. Complessivamente, dal 2000, le esportazioni sono cresciute del 150 per cento. Olio d’oliva e vino sono i prodotti Made in Italy per i quali i paesi terzi detengono un peso superiore alla media (rispettivamente 65% e 48% dell’export). Anche per molte denominazioni di particolare prestigio, come i rossi Dop della Toscana e i bianchi Dop di Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, l’incidenza dei mercati extra-Ue supera il 60% dei valori esportati.

Negli accordi di libero scambio più tutele per il Made in Italy
La Ue ha concluso al momento 30 accordi con altri Paesi, mentre 43 sono provvisoriamente in vigore (tra cui quello recente con il Canada) e 20 risultano in fase di negoziazione. In termini di rilevanza, il settore agroalimentare si conferma tra i più incisivi: nel 2016, la Ue ha esportato prodotti agroalimentari verso Paesi terzi per un valore complessivo di 125 miliardi di euro, diventando il secondo esportatore mondiale dopo gli Stati Uniti. Vini e bevande, pasta e prodotti da forno, carni, formaggi rappresentano i principali prodotti esportati, con una prevalenza di quelli trasformati (81%) rispetto ai beni primari (19%). Lo studio di Nomisma ribadisce infine la necessità di tutelare le indicazioni geografiche nel quadro degli accordi di libero scambio: grazie al recente Trattato Ue-Canada (Ceta), il prosciutto di Parma Dop può ora accedere al mercato canadese con la propria denominazione, mentre quelli già in commercio non prodotti in Italia non potranno riportare sull’etichetta elementi evocativi del nostro Paese.

Bruxelles: entro il 2020 la chiusura dei negoziati in corso
L’Unione europea «auspica di portare a termine entro il 2020 tutti gli accordi di libero scambio ora in discussione e che le misure previste dagli accordi entrino pienamente in vigore entro il 2030 – ha detto il direttore Politiche internazionali della Dg Agricoltura della Commissione europea, John Clarke –. La Commissione sta puntando molto sulla promozione dell’agroalimentare europeo attraverso missioni di alto livello finalizzate ad aprire diversi mercati emergenti». Inoltre, ha ricordato Clarke, sarà necessario aumentare la produzione globale di cibo del 60% entro il 2050 per far fronte alla crescita demografica.

Martina: favorevole ad accordi basati su reciprocità
«Personalmente sono favorevole alla conclusione di nuovi accordi di libero scambio basati sulla reciprocità. Per l’Italia l’apertura dei mercati è cruciale, ma è un tema sul quale bisogna impegnarsi per sensibilizzare nel modo corretto l’opinione pubblica – ha detto il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina –. Inoltre dobbiamo assicurarci clausole di salvaguardia che funzionino realmente. Sul settore agroalimentare pesa una responsabilità specifica: il ripiegamento su politiche protezionistiche non è quello di cui abbiamo bisogno, ma l’Europa da sola non basta per spiegare i vantaggi dell’apertura dei mercati, anche le imprese devono impegnarsi. L’Italia deve essere leader di una certa idea di globalizzazione, favorevole a mercati aperti ma con regole forti e massima trasparenza».

«Imprese e cooperative agricole possono trarre grandi benefici dall’apertura dei mercati e il ritorno ai protezionismi avrebbe un impatto negativo sul settore, nonché sui consumatori – ha aggiunto il coordinatore nazionale di Agrinsieme, Giorgio Mercuri –. Siamo convinti che gli accordi di libero scambio debbano essere basati su principi di equilibrio e reciprocità e avere come principale obiettivo l’eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie che, di fatto, risultano essere l’ostacolo maggiore all’export dei nostri prodotti. Occorre fissare allo stesso tempo principi base a livello europeo e salvaguardare le certificazioni di qualità».

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