Economia

Solo dagli investimenti può nascere l’occupazione

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L'Analisi|l’analisi

Solo dagli investimenti può nascere l’occupazione

Per far volare un drone, uno dei simboli della nuova frontiera del lavoro dove interagiscono robot e uomini, servono dai 168 ai 300 occupati. Lo dice l’Aviazione americana. Uno studio organizzato da Regione Lombardia, Unioncamere e Assolombarda stima che Industria 4.0 possa far aumentare del 10% i posti di lavoro nel manifatturiero, come saldo tra 8 milioni di posti tradizionali destinati a sparire di scena e 10 milioni di nuovi impieghi legati alla nuova rivoluzione tecnologica in atto. Quando le statistiche si traducono in esperienze e diventano persone, nomi, storie, carriere acquisiscono un dato di realtà che le rende meno distanti e aleatorie. Ed è quanto accade nell’esame quotidiano di ciò che sta significando il Piano industria 4.0 in termini di crescita degli investimenti e quindi dell'occupazione nonché di crescita più generale dell'intero paradigma tecnologico della manifattura italiana.

L’inchiesta dimostra come tutta la filiera dei nuovi macchinari destinati a trasformare i processi produttivi secondo i parametri 4.0 sia coinvolta in un vero boom di ordinativi e di nuova occupazione. Destinata - particolare non banale - a durare nel tempo. Per ora sono casi di singole imprese ma non è difficile ipotizzare che rappresentino in trend generale che prima o poi verrà monitorato dalle statistiche aggregate e darà evidenza a quel dato lombardo che per ora è poco più che una previsione.

L’approccio di politiche industriali o di sistema è la strada migliore per creare anche una vera politica di occupazione. E magari scopriremo che il Piano industria 4.0 accompagnato alla riforma della finanza che ha creato i Pir (piani individuali di risparmio) e le Spac (Special purpose acquisition company) convolgiando risorse alle piccole e medie imprese, sono le leve principali che hanno creato occasioni di impiego.

Se si comincia a guardare al lavoro come conseguenza degli investimenti e dell'attività di impresa e non a un atto in sè, si è già compiuto un passaggio culturale epocale. Purtroppo questo passaggio non è affatto compiuto e alcune “battaglie per i diritti” (si pensi ai voucher o al salario di cittadinanza) spostano la discussione dall’obiettivo principale: creare le condizioni per aumentare l’occupazione (vera) e i salari (veri). L’ammodernamento delle regole del gioco è stato compiuto con il jobs act, come ultimo atto di una stagione di riformismo partita dalle idee di Marco Biagi, quindi è ancora più legittimo guardare, senza più ideologia, all'occupazione come conseguenza di scelte strategiche di sviluppo. Lo sarebbe un piano di manutenzione del territorio su vasta scala così come un programma di diffusione della banda ultralarga o uno di potenziamento delle infrastrutture che guardasse alle nuove esigenze della logistica, dall’e-commerce alle grandi correnti del commercio globale, o ancora un piano per “industrializzare” turismo e beni culturali.

Lo sforzo per la decontribuzione per facilitare l’assunzione dei giovani va nella direzione giusta perchè agevola i processi in atto e ne aumenta l’effetto. Ciò che non va sottovalutata è l’attenzione alla formazione, ormai asset immateriale decisivo per l’incontro tra chi cerca il lavoro e chi lo possa offrire di ultima generazione.

Le incertezze che stanno accompagnando il varo dei bonus per la formazione 4.0, parte integrante del Piano concepito dal ministro Carlo Calenda, sono un brutto segnale. Il tema formazione da sempre si impantana nelle prerogative costituzionali affidate alle Regioni e nell’intreccio tra norme nazionali e direttive europee, ma stavolta perdere l’occasione per avviare una sperientazione razionale e semplificata sarebbe un assurdo boicottaggio per una iniziativa che sta cambiando i connotati alla manifattura e al mercato del lavoro italiano.

In Italia, per citare qualche numero, solo il 2,5% degli occupati è nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione contro una media europea che si assesta al 3,5%. Di quei pochi solo il 33,1% poi è laureato contro una media Ue doppia al 60,1% (con punte del 70% in Spagna, Francia, Irlanda e Lituania). Un altro dato? Solo il 25% ha meno di 35 anni, in Europa invece la percentuale è del 36,4%. Cosa c’è di meglio quindi che incrociare l’incentivo all’età e alla formazione per colmare questa lacuna che ci allontana così tanto dall’Europa? Sarebbe anche un modo per avere cura del capitale umano del nostro strano Paese, formica quando risparmia denaro, cicala quando sperpera talenti.

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