Economia

Macchine per il packaging a corto di talenti 4.0

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MECCANICA

Macchine per il packaging a corto di talenti 4.0

I costruttori italiani di macchine per il packaging chiuderanno il 2017 con una crescita delle vendite del 6,4% in Italia e del 6,7% all’estero sfondando il muro dei 7 miliardi di euro di fatturato (per oltre l’80% legato all’export). Dinamica brillante di per sé, quella anticipata al Sole-24 Ore da Ucima (l’associazione confindustriale di categoria) e in linea con quella del 2016, ma inferiore alle attese. Paradossalmente il settore è rimasto insensibile agli effetti del Piano Industria 4.0 (oggi Impresa 4.0) e alla generalizzata accelerazione dell’economia domestica, tanto che l’anno scorso le macchine automatiche per il confezionamento e l’imballaggio avevano performato meglio in Italia (+9,8%).

Trend controcorrente rispetto a quanto sta accadendo ai “cugini” della meccanica strumentale, come le macchine utensili di Ucimu (+68% gli ordini nel terzo trimestre dell’anno) o quelle per ceramica di Acimac (+60% le vendite domestiche nel primo semestre).

Ucima: trend sotto le attese
«Ci aspettavamo qualcosa di più, ammetto. Da un lato il nostro settore è tornato ai livelli pre crisi nel giro di un paio d’anni ed è già molto avanti negli investimenti 4.0 e quindi oggi è meno reattivo agli incentivi; dall’altro a valle serve clienti molto diversificati, principalmente del food e del pharma, e questo attutisce i picchi delle congiunture ed è sempre più orientato all’export, perché la domanda di packaging si sposta nei Paesi dove crescono ricchezza e consumi» è la spiegazione di Luciano Sottile, vicepresidente Ucima, in rappresentanza dei 600 industriali italiani del packaging che contendono alla Germania la leadership mondiale.
Se il preconsuntivo è in linea con quello degli ultimi anni in termini di volumi, i portafogli ordini dei costruttori sono pieni come mai nell’ultimo decennio – precisa il centro studi Ucima – con in media 7 mesi di produzione assicurata, ma c’è anche chi ha già 12 mesi coperti.

Nella packaging valley emiliana crescita «frenata»
«Siamo in difficoltà: ci mancano tecnici e ingegneri. Siamo, nei beni strumentali, quelli che più devono personalizzare il prodotto a misura del cliente e i nostri impianti hanno un contenuto di tecnologie digitali e Ict altissimo, ma oggi trovare nuovi profili come i software engineer che condensano in sè competenze meccaniche, elettroniche, informatiche è difficilissimo», afferma Pietro Cassani, ad di Marchesini Group, che prevede di chiudere il 2017 a +5% di ricavi (oltre 310 milioni) e +30% di ordini.

Dopo la ripartenza dell’occupazione registrata nel 2016 (2mila addetti in più sui 30mila circa complessivi) Ucima prevede quest’anno un ulteriore aumento, ma inferiore a quelle che sarebbero le reali necessità delle imprese, perché come Marchesini sono in affanno anche il gruppo Ima, Gd-Coesia e gli altri costruttori della packaging valley emiliana, dove si concentrano i due terzi del business nazionale delle macchine per il packaging.

«Se i tempi medi per un’assunzione sono di 75 giorni, per trovare un ingegnere oggi ce ne vogliono 200», afferma Claudio Colombi, vicepresidente esecutivo con delega alle Risorse umane di Coesia, il big da 1,6 miliardi di fatturato e 6.500 addetti, che dal 2014 a fine settembre 2017 ha assunto solo in Italia 800 persone (su 2.600 totali). Coesia sta tentando, partendo dalla società madre Gd, una vera rivoluzione contrattuale nel settore per attrarre competenze Stem (Science, technology, engineering, maths) e invertire la diaspora di giovani talenti, richiamati dal miraggio di multinazionali creative, allergici a orari fissi e gerarchie. Ma il nuovo contratto integrativo che elimina, dal 7° livello in su, gli orari di lavoro con l’unico vincolo delle 40 ore settimanali, ha spaccato i sindacati.

I concorrenti della meccanica 4.0? Amazon, Alphabet e Apple
«La nostra competizione per i migliori laureati non è con i concorrenti della meccanica ma con i big mondiali del web e dell’informatica», sottolinea Colombi, che per lanciare il nuovo centro Coesia Software Innovation ha optato per una struttura bicefala tra Bologna e Göteborg, perché in Svezia può pescare nel bacino della silicon valley europea dell’Ict. «I software engineers? Sono figure mitologiche», conclude il vicepresidente Ucima Sottile, che è anche direttore della machine division di Goglio, azienda lombarda leader nei confezionamenti flessibili che ha raddoppiato il fatturato negli ultimi tre anni e non usa perifrasi: «La Germania ha tre volte il nostro numero di ingegneri. La mancanza di tecnici rischia di diventare il vero freno alla crescita».

Anche la filiera del processing corre con il digitale

Le «smart machine» (il costruttore è collegato collegato h24 al cliente per garantire servizio e assistenza in remoto e in tempo reale sugli impianti di confezionamento customizzati) stanno rivoluzionando già da alcuni anni il business del packaging e proprio grazie agli investimenti in digitalizzazione i costruttori italiani stanno crescendo e tenendo alla larga l’incalzante concorrenza cinese. Il Cyber Physical System dell’astigiana Arol, che ha 130 dipendenti su 670 impegnati nella progettazione degli impianti, è un esempio di come virtualizzazione e servitizzazione abbiamo spostato il valore aggiunto del settore dalla meccanica all’Ict. «Il Piano Calenda è servito non tanto ad accelerare gli investimenti in 4.0, in atto da tempo nella nostra nicchia, quanto a spingere un cambiamento culturale generalizzato», commentano i vertici di Arol, gruppo leader nei sistemi di chiusura (tappi, capsule) per industria alimentare, chimica e farmaceutica, che si prepara a chiudere il 2017 con una crescita superiore al 13% (95% export). Una corsa che non è solo del packaging ma anche del processing, altri 5 miliardi di euro di fatturato nelle macchine di lavorazione a monte di quelle per il confezionamento. «Veniamo da un decennio di crescita ininterrotta che anche quest’anno sarà a doppia cifra con un portafoglio ordini fino a fine maggio», conferma Ilaria Turatti, quinta generazione alla guida dell’azienda veneziana Turatti, leader nei macchinari per l’industria alimentare (i clienti vanno da Bonduelle a Tesco e Del Monte) che grazie a investimenti in 4.0 e in internazionalizzazione sta facendo il salto verso una dimensione industriale (25 milioni di fatturato, 100 dipendenti). «Trovare figure qualificate è l’impresa più ardua. Collaboriamo con le Università di Bologna e Padova - conclude Turatti – e puntiamo sui neolaureati talentuosi che ci segnalano gli atenei, per formarli e crescerli in azienda».

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