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Ecco come la blockchain sta rivoluzionando la manifattura made in Italy

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tecnologia e innovazione

Ecco come la blockchain sta rivoluzionando la manifattura made in Italy

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Due fotografie al giorno. E poi la raccolta dei dati di umidità, temperatura, luce e vento. Nelle pianure del vercellese la piccola stazione di rilevamento lavora in silenzio, immagazzinando informazioni sui campi di riso, integrate dal diario di bordo dell’azienda agricola, che registra a sua volta le operazioni effettuate. Il risultato, ovviamente in formato digitale, sarà una sorta di carta di identità di questo lotto, condivisibile lungo la filiera a valle, arma in più per il brand che vorrà raccontare al cliente finale la storia del proprio chicco.

È il mondo della tracciabilità totale quello che si sta aprendo per le imprese grazie alle nuove tecnologie, in grado ora non solo di rendere disponibili le informazioni (questo accade da tempo) ma soprattutto di far dialogare parti diverse della filiera con dati “certi”, non più modificabili. La parola magica è blockchain. Noto ai più come strumento abilitante per la creazione delle criptovalute, è in realtà un registro aperto e distribuito che può censire transazioni e passaggi tra parti in modo sicuro, verificabile e permanente.

Anche se in Italia le sperimentazioni sono ancora una sparuta avanguardia, il fermento sul mercato è evidente, con le filiere dell’alimentare e del tessile a fare da apripista. «Si tratta di un modo per garantire trasparenza al consumatore - spiega Andrea Taborelli, imprenditore del tessile comasco e vicepresidente di Sistema Moda Italia con delega alla tracciabilità - e bypassare i limiti della normativa sul made in, che in realtà non protegge in modo adeguato le produzioni italiane». Nell’azienda di Taborelli la sperimentazione è già quasi terminata ed entro fine anno il progetto sarà sul mercato.

Ogni fase di lavorazione, dall’ingresso in produzione del filo fino al finissaggio del tessuto, riceve una marcatura digitale univoca, fornita anche di geolocalizzazione per identificare il luogo in cui l’operazione avviene. «La tracciabilità si può realizzare in molti modi - spiega l’imprenditore - ma con la blockchain ci sono vantaggi in termini di certezza e immodificabilità delle informazioni. È una patente digitale che a valle potremo condividere con i clienti, per dare trasparenza assoluta su ciò che facciamo. E in prospettiva questa tecnologia potrebbe anche aiutare la creazione dell’etichetta europea Etic (European Textile Identity Card), che in questo modo potrebbe essere adottata su base volontaria ma grazie alla blockchain anche certificata».

Sperimentazioni avanzate vi sono anche nel settore alimentare, altro territorio in cui la complessità e varietà dei processi di produzione e trasformazione rende particolarmente pregiata una forma di tracciatura “blindata”.

«La tecnologia blockchain - spiega il responsabile per questo settore di Ibm Italia Carlo Ferrarini - ha la capacità intrinseca di certificare la provenienza dei dati. In questo modo si possono far dialogare pezzi diversi di filiera, “rompendo” i rispettivi silos informativi per farli dialogare in modo strutturato». All’estero le sperimentazioni stanno già riguardando i big, come Wal-Mart, che ha potuto ridurre da due settimane ad una manciata di minuti il tempo di identificazione di uno specifico problema su un lotto, tracciando quasi in tempo reale il prodotto dall’azienda agricola fino allo scaffale. O ancora il colosso del cargo Maersk, per fornire tracciabilità assoluta ad esempio di un trasporto di frutta, che dal campo africano al supermercato può avere anche 20 passaggi. Un registro messo a fattore comune garantisce ora una condivisione immutabile di tutte le transazioni che avvengono sul network, permettendo alle parti autorizzate l'accesso in tempo reale a informazioni affidabili, perché da loro stessi validate.

«In Italia siamo quasi all’anno zero - aggiunge Ferrarini - anche se è evidente l’interesse per lo strumento. Con Borsa Italiana abbiamo creato una soluzione per digitalizzare l’emissione dei titoli delle Pmi; con un grande gruppo italiano stiamo ad esempio tracciando l’intera filiera per certificare i singoli ingredienti dei sughi, dal campo fino alla tavola».

Nel caffè invece esiste già un progetto operativo, per la piemontese S.Domenico: a giorni, inquadrando un QR Code sulla confezione, il consumatore avrà l’intera storia del prodotto.

«Vorremmo arrivare persino al nome del contadino che conferisce il suo sacco in Guatemala - spiega il titolare Roberto Messineo - per dare trasparenza assoluta. È un lavorone, mi creda. Ma bellissimo, ne vale la pena».

Realizzato da Foodchain, start-up insediata a ComoNext che dopo anni di lavoro in questo campo arriva infine sul mercato con le prime applicazioni. «Ci siamo detti - spiega il fondatore Marco Vitale - che partendo dal food, la filiera più complessa, poi estendere i progetti ad altre realtà sarebbe stato più agevole». Il fermento di mercato è evidente nei primi dialoghi aperti dall’azienda con alcuni colossi del food, come Barilla o Ferrero, ma con escursioni avanzate anche in altri ambiti, come dimostra il caso di Taborelli.

«Le potenzialità sono ampie - spiega Vitale - perché ad esempio una volta creato il codice univoco del lotto si possono associare eventuali analisi chimiche effettuate, nel caso del food anche i report di prova. Si lavora in una specie di cloud. Che però è caratterizzato da una firma digitale “forte”».

Il mercato dunque cresce, tanto da spingere il Politecnico di Milano a dedicare al tema un Osservatorio ad hoc, che tra poche settimane sfornerà la prima edizione.

«Per il made in Italy ci sono grandi potenzialità - spiega il direttore Valeria Portale - con la possibilità di “raccontare” al meglio il proprio valore. La strada blockchain, da questo punto di vista, è aperta e del tutto accessibile anche alle Pmi».

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