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Dossier La nuova strada del conciario

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    Dossier | N. 3 articoliRapporto Sviluppo sostenibile

    La nuova strada del conciario

    Fino ad un paio di decenni fa, era l’odore acre della lavorazione della pelle a ricordare, lungo l’autostrada A4 tra Montebello e Montecchio, vicino Vicenza, la presenza di un distretto industriale che, qualche chilometro più a nord, tra le vallate di Arzignano e Chiampo, produceva circa la metà del pellame italiano ed esportava la quasi totalità della produzione, con enormi giri d’affari. Quel puzzo era il segnale di una industrializzazione massiccia, ma anche – il problema lo si è posto più tardi – molto inquinante. Oggi quell’odore non si percepisce quasi più. E non perché il distretto viva una crisi economica, anzi: nel 2017 ha registrato un boom delle esportazioni (+108,3 milioni di euro); semplicemente perché la concia vicentina ha virato negli ultimi anni in modo deciso e risoluto verso la sostenibilità ambientale. E il segno più tangibile di questa trasformazione sta proprio nell’assenza del tipico odore con cui i vicentini hanno convissuto per anni.

    La scelta di prendere la strada della sostenibilità ambientale e della trasparenza nelle lavorazioni del settore e in particolare nell’utilizzo di sostanze chimiche non è una prerogativa della concia vicentina; il trend è comune a tutto il comparto, secondo quanto emerge dai dati Unic, l’unione nazionale dell’industria conciaria. La conceria italiana investe in progetti sostenibili in media oltre il 4% del proprio fatturato annuale. Nel 2016 per la sostenibilità ha speso il 4,4% del fatturato, contro l’1,9% del 2002. Oggi i brand internazionali (del fashion, dell’automotive, del design) ritengono necessaria una business strategy sostenibile sia da parte loro che dei loro fornitori e su questo le concerie italiane hanno dimostrato capacità di giocare d’anticipo. Ecco allora la dotazione di certificazioni, l’avvio di programmi per la riduzione dell’utilizzo di acqua (-20% nel 2016 rispetto al 2003), energia (-32%) e prodotti chimici (-4% rispetto al 2007), per il trattamento dei reflui, per l’abbattimento delle emissioni in atmosfera, per il recupero e la valorizzazione dei rifiuti (oggi recuperati per il 76%).

    «Il settore conciario è un caso esemplare di economia circolare – dichiara Gianni Russo, presidente Unic e titolare di Russo di Casandrino, azienda campana tra le più rappresentative per il grado di innovazione di processo e prodotto e per l’attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale -. Pubblichiamo annualmente dal 2003 un’analisi sul nostro impegno, partecipiamo ai tavoli di filiera sulla sicurezza chimica e ambientale, garantiamo alla clientela tracciabilità e trasparenza della catena di fornitura, abbiamo oltre metà del nostro fatturato nazionale prodotto da imprese certificate nei vari ambiti, lavoriamo con i sindacati per migliorare le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro (-60% di infortuni nel 2016 rispetto al 2003, ndr) e la formazione dei dipendenti. Insomma, rappresentiamo un’eccellenza sostenibile a 360 gradi».

    Le best practice non mancano. In Veneto, dove c’è il principale comprensorio per addetti e produzione (il 55% del totale), una iniziativa di sistema ha dato vita a Sicit, società che si occupa di recuperare i rifiuti solidi della concia per trasformarli in fertilizzanti e altri prodotti per l’agricoltura. Si tratta di un gioiello della tecnologia, all’avanguardia a livello europeo. Il Gruppo Dani, leader del settore con mille dipendenti e più di 200 milioni di ricavi, è capofila assieme ad altre aziende dell’iniziativa Arzignano Green Land, che mira a far conoscere il territorio come modello di economia circolare. «Investire nel green - dice il presidente Giancarlo Dani - non è solo una sfida tecnica o un’opportunità economica, è un traguardo culturale per l’intera comunità».

    Le concerie del distretto toscano di Santa Croce sull’Arno, dove sono attivi due depuratori, fiore all’occhiello a livello nazionale, per il recupero del cloro e di alcuni sottoprodotti, si sono dotate di certificazioni legate alla tracciabilità del prodotto e alla sicurezza, e investono risorse nel Poteco, il Polo tecnologico conciario, struttura voluta dagli imprenditori del settore per la formazione e la ricerca. A Solofra, cluster campano di minor grandezza, ma molto attivo nell’ambito della trasparenza e della tracciabilità, le aziende beneficiano della presenza della Stazione sperimentale per l’industria delle Pelli di Napoli che dal prossimo ottobre formerà green manager e promuoverà progetti di ricerca sostenibili per il rilancio e il supporto delle aziende del territorio.

    Insomma, per il settore della lavorazione della pelle una svolta consolidata e anche numeri positivi: nel 2017 l’industria conciaria ha registrato un aumento del 5,2% della produzione, i ricavi complessivi sono stati di 5 miliardi (+0,8%), l’export è cresciuto dello 0,5% a 3,8 miliardi di euro.

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