Economia

Dossier Un valore aggiunto del made in Italy

  • Abbonati
  • Accedi
    Dossier | N. 3 articoliRapporto Sviluppo sostenibile

    Un valore aggiunto del made in Italy

    Si fa presto a dire sostenibile. Ancora più facile sembra essere definirsi eco-sostenibili. Non a caso gli americani hanno creato l’espressione green washing, che potremmo tradurre con “darsi una verniciata di verde”. Qualcosa da usare come strumento di marketing che non necessariamente ha basi solide o corrisponde a una vera strategia aziendale. O, meglio ancora, a una visione del fare impresa nel rispetto delle persone e dell’ambiente.

    In Italia la situazione è, nel complesso, abbastanza confortante. Siamo il Paese dei lacci e lacciuoli, certo. Delle troppe leggi, dei regolamenti, della burocrazia. Siamo pure il Paese dei mille campanili e, come diceva Machiavelli, dell’attenzione al “proprio particulare” prima che alla collettività. Non mancano i furbetti, per usare un eufemismo, che si rendono protagonisti di episodi al limite o fuori della legalità (nel tessile-moda, pensiamo a casi riguardanti le condizioni di lavoro nel distretto di Prato e non solo o al fenomeno della contraffazione, concentrato in Campania). Ma siamo anche un Paese in cui vivono e lavorano persone generose, vogliose di mettere al servizio di aziende (non necessariamente le loro) o territori capacità creative e imprenditoriali.

    È grazie a questa parte del Paese, mai abbastanza elogiata, che in Italia esiste anche una sostenibilità di filiera, specie nel tessile-moda-abbigliamento, che rende il made in Italy competitivo a livello globale. Come conferma Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione, che negli ultimi anni ha passato più tempo in giro per il mondo che nella natia Torino, dove si trova l’azienda di famiglia, attiva nell’oreficeria. «Siamo sempre stati un Paese manifatturiero e lo siamo ancora. Ma uno degli effetti della globalizzazione è stato lo spostamento, obbligato e alla fine ottimale, verso il medio e alto di gamma – spiega Licia Mattioli –. Ora abbiamo filiere di eccellenza in tutti i settori, dal tessile-moda all’oreficeria, dal mobile alla meccanica, dalla farmaceutica alle auto. E siamo in grado di certificare la sostenibilità delle materie prime, dei processi e, quindi, del prodotto finito».

    Non si tratta solo di sostenibilità ambientale. «Una delle cose che mi riempie di orgoglio girando per il mondo sono i racconti di imprenditori o responsabili di istituzioni e associazioni africane e asiatiche. Le aziende italiane – sottolinea la vicepresidente di Confindustria – non sono mai state percepite, né oggi né in passato, come “colonizzatori economici ” o, peggio, sfruttatori delle risorse naturali e delle persone».

    Ben vengano dunque le leggi a tutela di chi è più debole o vulnerabile, le certificazioni, le regole. Ben vengano anche se hanno un costo, a volte molto alto, per le aziende. «Non le viviamo come un fastidioso obbligo, bensì come esplicitazione di un modo di lavorare. E di vivere», conclude Licia Mattioli.

    © Riproduzione riservata