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Dossier Un rifugio deluxe ante litteram

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Dossier | N. 84 articoliIn bici sulle dighe

Un rifugio deluxe ante litteram

Oggi restano soltanto alcuni pilastri in cemento, proprio in corrispondenza del Passo San Giacomo, che a quota 2.318 metri collega la Val Formazza con la Val Bedretto, in Svizzera. All’inizio del secolo scorso, tuttavia, in quell’assolata e sperduta terra di confine, l’architetto milanese Piero Portaluppi, uno tra i più stravaganti professionisti della sua epoca, realizzò la sua opera più suggestiva: il Wagristoratore.

Portaluppi, per la cronaca, tra il 1912 e il 1926, progettò le prime centrali idroelettriche volute in Val d’Ossola da Ettore Conti, e l’albergo sulla Cascata del fiume Toce, “dotato di tutte le comodità più moderne, appartamenti con bagni, segnalazioni luminose, grande veranda, campo da tennis, campo da skating coperto con annesso tavernino”, si legge in documenti dell’epoca: una sorta di “Grand Budapest Hotel” in versione ossolana. Poi, a Milano, realizzò importanti lavori per l’alta borghesia, come la Casa degli Atellani in Corso Magenta, il Planetario Hoepli e la casa Crespi in corso Venezia.

Il Wagristoratore, tuttavia, fu qualcosa di decisamente più particolare e stravagante: due vagoni ferroviari, una carrozza ristorante e un vagone letto, appoggiati su 12 pilastri in cemento armato, che dovevano essere una sorta di rifugio “deluxe” in alta quota ufficialmente inaugurato nel 1930 Decorate da velluto rosso e da stucchi dorati le carrozze servivano rispettivamente per mangiare, il wagon-restaurant, e per dormire il wagon-lit: “abbondanza, qualità e signorilità del servizio”, promettevano i gestori nella pubblicità della struttura. Quest’ultima fu meta del turismo di lusso proveniente da Milano, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando  il Wagristoratore venne prima dimenticato, poi utilizzato dai nazifascisti come postazione strategica e infine dato alle fiamme per evitare che i partigiani lo usassero come rifugio. Oggi, di quel “sogno”, non restano che poche tracce ma l’intuizione di Portaluppi, 90 anni dopo, è ancora valida.  

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