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Ilva, dal «giallo» sulla gara ai rischi sul futuro. Tutti gli…

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SIDERURGIA

Ilva, dal «giallo» sulla gara ai rischi sul futuro. Tutti gli interrogativi a un anno dall’aggiudicazione

Il futuro dell’Ilva torna in pieno caos a pochi metri dal traguardo. E con esso anche il destino di circa 20mila addetti (14mila diretti più l’indotto) e gli investimenti per ambiente e produzione.

Interrogativi e incertezze che invece di sciogliersi progressivamente dopo l’aggiudicazione della gara di oltre un anno fa si stanno nuovamente complicando.

La gara e ilconfronto tra le cordate
I giorni che precedono l’aggiudicazione del 5 giugno 2017 sono tumultuosi. I commissari di Ilva hanno da poco trasmesso al Mise l’istanza con la valutazione delle offerte, alla quale segue il parere di competenza del Comitato di Sorveglianza, chiudendo il cerchio 17 mesi dopo la pubblicazione del bando per la vendita, che risale al 5 gennaio del 2016.

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L’offerta di Am Investco Italy, la cordata controllata da ArcelorMittal e partecipata da Marcegaglia, emerge come la migliore, con i punti di forza rappresentati dalla solidità industriale e finanziaria e dal prezzo, 1,8 miliardi, idoneo al ristoro dei creditori. L’altra cordata in gara, AcciaItalia (composta dall’indiana Jsw, da Arvedi, dalla finanziaria Delfin e da Cdp) chiede al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda di colmare il gap economico che separa la propria offerta da quella di Am.

Il Mise chiede un parere all’Avvocatura di stato, che frena, motivando il diniego con il fatto che un’eventuale rilancio presupporrebbe una determinazione ministeriale con l’indicazione di dare corso a una nuova fase competitiva estesa a tutte le componenti delle offerte, con la presentazione non solo di una nuova offerta economica, ma anche di nuovi piani industriali e ambientali. Una simile prospettiva risulta incompatibile con i tempi imposti dalla legislazione per l’attuazione del piano ambientale con la contestuale prosecuzione dell’attività produttiva di Ilva, e richiederebbe nuovi interventi normativi. Uno scenario che ora, con la mossa del ministro Di Maio sull’analisi dei presupposti per un annullamento della gara, non è più da escludere.

Il rilancio di AcciaItalia e la cordata che si spacca
Il chairman di Jindal, Sajjan Jindal, non ci sta e pochi giorni dopo che è stato reso noto il parere dell’Avvocatura tenta un ultimo blitz con un rilancio dell’offerta a 1,850 miliardi e l’assunzione immediata di 9.800 dipendenti. AcciaItalia si spacca: Arvedi e Cdp si sfilano, solo Delfin sostiene il gruppo indiano in questa iniziativa, che viene bocciata da Calenda.

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L’iter tormentato dei vincitori
A questo punto resta in campo solo Am Investco Italy, che affronta un lungo iter di perfezionamento dell’operazione. La fase operativa, a oggi non ancora conclusa, richiede la messa a punto del contratto tra le parti, l’avvio dell’iter del nuovo piano ambientale, che sfocia nel varo di un decreto ad hoc (poi impugnato da Regione Puglia e Comune di Taranto), l’avvio dell’indagine antitrust da parte della Commissione europea e infine il negoziato con i sindacati per l’occupazione.

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I nodi sul tavolo: i livelli occupazionali
Fin da subito è scontro con il sindacato sull’organico. I sindacati chiedono tutele per l’intero perimetro occupazione, circa 14mila addetti, mentre Am, a seguito di successive mediazioni del Mise, alza l’asticella a 10.100 assunti al subentro e altri 400 da assumere a fine piano industriale, nel 2023.

Sul piano ambientale, nei giorni scorsi l’azienda ha comunicato di avere accolto tutte le richieste dei commissari relative all’accorciamento delle tempistiche di realizzazione di gran parte degli interventi, come per esempio le coperture dei parchi, la depolverazione dell’impianto di agglomerazione, la gestione della loppa di altoforno. L’azienda è anche disponibile ad applicare le migliori tecnologie sperimentali per la produzione di acciaio con il minimo impatto ambientale possibile, già in fase di incubazione in alcuni siti posseduti dal gruppo. La trattativa con il Mise sta proseguendo in queste ore.

Gli scenari futuri: la spada di damocle del tempo
La costruzione del bando e la gestione della gara restano però, dopo i rilievi dell’Anac, nel mirino del ministero. Luigi Di Maio ha comunicato ieri di ritenere che ci siano i presupposti per avviare un procedimento (della durata di 30 giorni) che valuti un eventuale annullamento dell’aggiudicazione. Significa annullare la gara e ripartire con una nuovo bando, come prefigurato dall’Avvocatura di stato un anno fa. E, sempre come segnalato nel parere richiesto a giugno del 2017 dall’allora ministro Carlo Calenda, gli ostacoli a questa operazione sembrano essere legati soprattutto alle tempistiche e alla difficoltà di riuscire a dare continuità industriale agli impianti. Ci sono anche criticità normative, legate al piano ambientale vigente, che è quello di Am, e procede i pari passo con l’offerta in corso: se dovesse venire meno questo presupposto, si rischia lo spegnimento degli impianti.

Rischio chiusura e i costi che rischiamo di pagare
Il rischio che il Governo resti con il cerino in mano è da contemplare, ma appare limitato. In ogni caso una chiusura dell’Ilva, perseguita o subita, potrebbe costare oltre 3,4 miliardi, ricordando che l’azienda è in amministrazione straordinaria e la massa dei crediti da ristorare ammonta, secondo le prime stime, a 2,5 miliardi. Altri 900 milioni sono riconducibili al prestito ricevuto dal Governo, che si configurerebbe come aiuto di stato se il rilancio del gruppo siderurgico non andasse in porto. Altri costi, non immediatamente quantificabili, sarebbero legati al finanziamento dei eventuali ammortizzatori per i 14mila lavoratori e all’avvio delle bonifiche.

Ilva, Di Maio: procedura di gara un pasticcio, indagine al Mise

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