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Gli imprenditori: «C’era un accenno di ripresa, ora fiducia…

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dal nord al mezzogiorno

Gli imprenditori: «C’era un accenno di ripresa, ora fiducia a zero»

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Gli imprenditori italiani sono compatti nella delusione nei confronti delle prime misure del Governo Conte. Dalla Lombardia al Veneto, fino alla Puglia, le posizioni sono simili a quelle espresse dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. «Dovremmo davvero pensare a una marcia dei 40mila» butta lì il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, raccogliendo la provocazione di Boccia. «Potrebbe anche non essere solo una provocazione, il malumore è alto» spiega Bonometti, riconoscendo però che, pur restando l’esigenza di smuovere l’opinione pubblica, «è chiaro che le imprese sono lontane da queste forme di protesta».

Bonometti, dalla prima ora schierato contro il decreto Dignità, ribadisce comunque che «Confindustria è unita» in questa reazione e non ci sta a una divisione tra imprenditori piccoli (nei confronti dei quali il Governo intende indirizzarsi) e imprenditori di maggiori dimensioni. «Vogliamo difendere la filiera - spiega l’imprenditore, subfornitore di componentistica automotive, con clienti come Fca : non c’è dicotomia, se non ci sono i grandi non possono esserci i piccoli». Bonometti è preoccupato per gli annunci contro l’alta velocità: «le infrastrutture - dice - sono la condizione per per rendere competitivo il paese: aumentando i servizi si fanno ripartire i consumi interni» e in questi giorni ha raccolto anche la preoccupazione dei colleghi per la perdita di appeal del paese nei confronti degli investitori: «c’era stato un accenno di ripresa, ora è venuta meno la fiducia, non solo di noi industriali , ma dei nostri clienti».

Sul fronte veneto, dopo la protesta dei 600 imprenditori prima ancora dell’approvazione del decreto, si continua a sperare nel confronto: «Non vorremmo dover contare, fra qualche tempo, le aziende chiuse per eccesso di dignità» dice Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, che non rinuncia a cercare la strada del dialogo, rilanciando l’invito alla politica « a incontrare le nostre imprese, a capire le nostre ragioni. La competizione oggi va ben oltre i confini nazionali: «C’è la crisi turca, i dazi di Trump, la fine del quantitative easing e l’instabilità. Non vogliamo insegnare a nessuno a fare il proprio mestiere, ma invitiamo a non perdere la possibilità di dialogare: solo mettendo al centro le imprese, intese come sistema complesso e senza contrapposizione fra imprenditori e lavoratori, si possono creare le condizioni per creare lavoro e ridurre la precarietà. Abbiamo bisogno di politiche industriali che guardino al medio lungo periodo, ben oltre gli immediati interessi elettorali».

Anche al Sud le preoccupazioni sono condivise: «Arriviamo da un periodo di buio dal quale le nostre Pmi stavano cominciando a riscattarsi. Cito i recenti casi di aziende come Exprivia che ha acquisito Italtel e Mermec nell’operazione Vitrociset e ancora Casillo leader nel grano, a dimostrazione che con tutte le difficoltà e i gap del Meridione anche da noi si può fare grande impresa», racconta Domenico De Bartolomeo presidente di Confindustria Puglia. Che difende gli sforzi di Confindustria per il dialogo con il Governo: «Purtroppo resiste un forte pregiudizio verso i corpi intermedi, nato in realtà già con il governo Renzi». Le preoccupazioni al Sud riguardano anche infrastrutture strategiche come Tap o il destino dell’Ilva: «C’è il rischio di far fuggire gli investimenti perché così passa il principio che tutto può essere rimesso in discussione, nulla è più sicuro». Eppure secondo il numero uno degli industriali pugliesi la strada da percorrere per il Sud è già in parte tracciata: «Non vanno demolite le cose buone fatte come il credito di imposta per gli investimenti o la detassazione sull’assunzione dei giovani. Ma ci aspettiamo uno sforzo più grande sugli investimenti pubblici e un piano per i giovani come evocato dal presidente Boccia: qui si soffre la fuga dei cervelli ma ci sono anche molti giovani che hanno voglia di fare impresa che vanno sostenuti». Pronti dunque a una protesta clamorosa, anche in piazza? «Finora sono stato scettico su questa ipotesi, ma ha ragione Boccia: c’è molto scoramento tra gli imprenditori».

Per Emanuele Orsini, imprenditore modenese delle costruzioni e presidente di FederlegnoArredo, con il decreto Dignità si è persa una grande occasione: «Questa misura nuocerà all’occupazione e porterà soltanto a un aumento delle partite Iva – osserva –. L’impatto sarà fortissimo». Ma la preoccupazione di Orsini va anche alla prossima legge di Bilancio: «Che cosa succederà in autunno? – si chiede il presidente Fla –. A oggi non abbiamo avuto rassicurazioni sulla proroga del bonus mobili, che è stato il vero motore del rilancio per il mercato interno, con 10mila posti di lavoro salvaguardati e 1,8 miliardi di spesa aggiuntiva solo nell’ultimo anno di applicazione». Né rassicurano le prospettive sul fronte export, così importante per il comparto: «Non ho sentito nessuno parlare, finora, di investimenti per l’internazionalizzazione e per le attività dell’ice, che in questi anni ci è stata di grande supporto – fa notare Orsini –: allora mi chiedo: che cosa faremo nel 2019? Senza bonus, senza ancora gli eventuali vantaggi della flat tax e senza un piano per l’internazionalizzazione?». Orsini auspica tuttavia nel dialogo con il governo: «In regioni come Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, guidate dalla Lega, abbiamo fatto un ottimo lavoro in questi ultimi anni. Spero che riusciremo a trovare anche a livello nazionale un’interlocuzione analoga, per riportare al centro le imprese e lo sviluppo».

Hanno collaborato
Marzio Bartoloni, Barbara Ganz, Giovanna Mancini, Matteo Meneghello

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