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Una sentenza ferma i depuratori. In vista decreto per salvare fiumi e mari

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Ambiente

Una sentenza ferma i depuratori. In vista decreto per salvare fiumi e mari

(Fotogramma)
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La plastica? Anche. Ma ciò che inquina i nostri mari, che avvelena i pesci, che contamina le spiagge e intossica le acque è il grande nemico numero uno, l’inquinamento delle fogne che non vengono depurate, dei liquami che ogni secondo vengono rovesciati a tonnellate nelle acque in cui i bambini giocano inconsapevoli. Secondo la Goletta Verde della Legambiente è inquinata la metà (il 48%) delle acque più a rischio. Ma una sentenza del Tar Lombardia sta bloccando l’attività di quei depuratori che funzionano e rischia di far aumentare la quantità di schifezze portate nel mare dai fiumi. Il tutto sta facendo salire ancora una volta le tariffe dello smaltimento, che sarà pagato a caro prezzo dai consumatori sulle bollette dell’acqua.

Un mare di sporcizia
Bilancio critico per la Goletta Verde di Legambiente, rientrata in porto ieri da un viaggio iniziato il 22 giugno dalla Liguria e terminato in Friuli Venezia Giulia. Solo il 52% dei 261 punti campionati dai tecnici in aree a rischio, come foci e porti, nelle 15 regioni costiere italiane è risultato entro i limiti di legge; il restante 48% è invece “fortemente inquinato” (39%) e “inquinato” (9%).
La causa di questi risultati orrendi è da attribuire alla “maladepurazione”. Spenti, rotti, gestiti male, progettati male, incompleti o troppo spesso del tutto inesistenti: i depuratori mancano soprattutto in quel Mezzogiorno che dice di voler puntare sul turismo definendolo “il nostro petrolio”. Forse il “petrolio” in questo caso va inteso in senso non metaforico di “risorsa” bensì in senso di imbrattamento delle coste.
Non a caso l’Unione europea ha emesso due condanne e avviato una terza procedura d’infrazione contro l’Italia che depura troppo poco. E là dove depura, come in Lombardia, in Toscana o in Emilia-Romagna, l’Italia sta facendo fermare gli impianti di depurazione.

Batteri fecali
Il monitoraggio della Goletta Verde prende in considerazione i punti a “maggior rischio” di inquinamento, individuati dalle segnalazioni dei circoli di Legambiente e dei cittadini attraverso il servizio SOS Goletta.
Le foci dei fiumi, dei canali, dei corsi d’acqua, gli scarichi sospetti e altri punti critici rappresentano il 57% dei punti campionati dai tecnici di Goletta Verde e sono i luoghi dove si concentrano le maggiori criticità: su 149 foci monitorate, 106 (il 71%) sono risultate “fortemente inquinate” (il 61%) e “inquinate” (il 10%).
Il 43% dei punti campionati sono, invece, spiagge.
I parametri indagati sono microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli).

Il commento della Legambiente
«La grande opera pubblica di cui non si parla mai nel nostro Paese è il completamento della rete fognaria e di depurazione delle acque reflue — afferma il direttore generale della Legambiente, Giorgio Zampetti. — La mala-depurazione è un’emergenza ambientale che va affrontata con urgenza, visto che siamo anche stati condannati a pagare all’Ue una multa da 25 milioni di euro, più 30 milioni ogni sei mesi finché non ci metteremo in regola».

Stop ai depuratori
L’altra settimana con una sentenza il Tar della Lombardia (terza sezione, presidente Ugo Di Benedetto, pubblicata il 20 luglio) ha accolto le opposizioni “nimby” di una cinquantina di Comuni della “bassa” lombarda e sta paralizzando il riutilizzo dei fanghi prodotti dai depuratori come concime per fertilizzare i campi.
Più si “filtra” l’acqua sporca delle fogne, dei torrenti e dei fiumi, più pulita è l’acqua che scorre verso il mare, e come è ovvio maggiore è la quantità di residui che rimangono nel “filtro” rappresentato dal depuratore.
E viceversa, per lasciare nel depuratore meno fanghi bisogna lasciar scorrere acqua più sporca.
Sulla base di quelle perizie che in molto settori da qualche anno vanno contro le risultanze degli studi scientifici, il Tar Lombardia ha detto che il concime prodotto dai depuratori per poter essere riutilizzato nei campi va considerato come se fosse un terreno contaminato e di conseguenza non dovrà contenere composti come carboidrati e idrocarburi, per i quali i giudici hanno stabilito che il limite va abbassato di 200 volte, da 10 grammi a 50 milligrammi per ogni chilo di “letame”.
Ciò sta paralizzando l’attività dei depuratori in tutta Italia perché, se non viene riutilizzato come concime, il fango fertilizzante che i depuratori tolgono dalle acque sporche deve essere gettato nelle discariche (vietate dall’Europa) oppure deve essere bruciato negli inceneritori.
Nel frattempo in assenza di concime la fertilizzazione delle colture agricole si sta rivolgendo a prodotti chimici di sintesi per i quali non valgono i limiti voluti dal Tar Lombardia.

Il concime estratto dai fiumi
Si stima che in Italia i depuratori estraggano dalle acque circa 5 milioni di tonnellate di fertilizzante.
Ogni anno quasi 1 milione di tonnellate di fango da depurazione viene ricuperato in agricoltura nelle colture della Lombardia, e soprattutto nelle province di Pavia, Lodi e Cremona, pari a circa il 20% della produzione nazionale.
Nella sola provincia di Pavia viene riutilizzato come “letame” agricolo circa il 50% dei fanghi usati in Lombardia.
Secondo le stime di Matteo Piloni, consigliere regionale lombardo del Pd, «in Lombardia si producono circa 15mila tonnellate al mese di fanghi da 113 impianti di depurazione».

Il parere della scienza
Una ricerca di Marco Romani dell’Ente Nazionale Risi condotta per 14 anni insieme con il settore Ambiente della Provincia di Pavia e con il Disafa dell’Università di Torino («I fanghi di depurazione in risaia: aspetti agronomici e influenza sulla fertilità del suolo») ha analizzato i benefici agricoli apportati dall’uso di 70mila tonnellate l’anno di letame dei depuratori in 13mila ettaro di risaia.
Secondo un’analisi di Claudio Ciavatta, ordinario di chimica agraria all’Università di Bologna («Aspetti agronomici e ambientali dell’uso in agricoltura dei fanghi di depurazione»), «migliaia di lavori scientifici e tecnici hanno ampiamente dimostrato che i fanghi di depurazione, previa caratterizzazione fisico-chimica e microbiologica, possono essere impiegati con efficacia in agricoltura, senza rischi per le catene alimentari e l’ambiente», mentre Marco Trevisan della Cattolica di Piacenza nello studio «Procedura per individuare in quali suoli distribuire correttivi» individua il riciclo dei concimi da depurazione come una delle forme di “economia circolare”.
Di opinione diversa i 51 sindaci del Lodigiano e del Pavese che, spinti dai concittadini, hanno fatto ricorso contro le norme della Regione Lombardia e hanno fatto proprie le proteste: davvero notevole il fastidio di chi vive attorno ai campi così riccamente concimati.
Alcune persone temono che gli odoracci davvero impegnativi che vengono emanati durante le fertilizzazioni costituiscano non solamente un fastidio insostenibile ma anche un pericolo per la salute.
Vi sono casi in cui i fanghi fertilizzanti vengono usati addirittura in vicinanza delle zone abitate, creando fastidi difficili da sostenere.

In vista un decreto risolutore
Nel frattempo la Lombardia annuncia un decreto nazionale. È stata raggiunta un’intesa nella conferenza Stato-Regioni sul testo del decreto sull’utilizzazione dei concimi da depurazione in agricoltura. A darne notizia l’assessore all’Ambiente della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo. «La sentenza del Tar del 20 luglio ha creato una vera e propria emergenza rispetto alla gestione della depurazione della acque», avverte Cattaneo.
È un’emergenza, dice Cattaneo, il quale ha segnalato al Governo «la necessità
dell’emanazione immediata di questo decreto che permetterà di evitare una grave situazione di criticità per il nostro territorio. Una necessità condivisa anche con altre Regioni. Ora ci aspettiamo l’emanazione del decreto nei prossimi giorni».
Nei giorni scorsi la Regione ha convocato i gestori degli impianti di incenerimento per poter procedere allo smaltimento di una quota dei fanghi al momento bloccati. «Contestualmente abbiamo avviato un dialogo con tutti i soggetti che si occupano del trattamento dei fanghi e con le società di depurazione delle acque lombarde», dice l’assessore.
Nel frattempo la Regione Lombardia ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che ferma i depuratori.
Secondo Matteo Piloni, consigliere regionale del Pd, «in Lombardia si producono circa 15mila tonnellate al mese di fanghi da 113 impianti di depurazione. Una situazione che impone di individuare in tempi brevi provvedimenti d’urgenza che possano porre rimedio all'emergenza venutasi a creare, nelle more di un auspicato immediato intervento legislativo a livello nazionale, allo scopo da un lato di tutelare l’ambiente e dall’altro di garantire la continuità del servizio di collettamento fognario e depurazione».

Il curioso meccanismo dei rincari
Dopo la sentenza, le aziende che trattano i fanghi fertilizzanti hanno cominciato a non accogliere più il materiale dai depuratori, bloccando in Lombardia così circa 3mila tonnellate di fanghi a settimana.
Ma è accaduto un curioso e ricorrente meccanismo di rincaro.
Come è già accaduto con altre perizie simili riguardanti il settore dei rifiuti, anche in questo caso la decisione dei magistrati adottata in seguiuto a una perizia ha fermato un segmento di attività e ha costretto le imprese a cercare soluzioni alternative assai più care.
E anche questa volta, il mercato del trattamento ha cominciato a far salire i prezzi, e i rincari tariffari del servizio di smaltimento anche questa volta saranno pagati dai cittadini (in questo caso i cittadini pagheranno il curioso rincaro attraverso le bollette dell’acqua potabile e della depurazione).

L’emergenza depuratori in Toscana
Simile la situazione in Toscana, dove il presidente della Regione Enrico Rossi, per evitare che le acque dell’Arno si riempiano di sporcizia diretta verso il Tirreno, ha dovuto emanare un’ordinanza urgente per far mandare in discarica i fanghi prodotti dai depuratori.
«L’ordinanza emessa dal presidente — così avverte la Regione Toscana — prevede (ai sensi dell’articolo 191 del decreto legislativo 152 del 2006, che prevede interventi in caso di eccezionali ed urgenti necessità) un periodo di quattro mesi in cui questi rifiuti speciali dovranno essere accolti in quattro discariche toscane».
Il letame prodotto dai depuratori toscani dovrà essere gettato nelle discariche di Casa Rota a Terranuova Bracciolini, di quella di Gello a Pontedera, della discarica del Cassero a Serravalle Pistoiese e di quella di Scapigliato a Rosignano Marittimo, che dovranno accogliere ciascuna 1.800 tonnellate al mese di fanghi fertilizzanti provenienti dai depuratori civili della Toscana, che producono in media 10mila tonnellate di fanghi al mese.

L’Italia che non depura
In giugno la Corte europea di giustizia aveva condannato per infrazione alle norme sulla depurazione delle acque sette Regioni per i 124 interventi in 74 città. Gli interventi sui quali insiste la procedura d'infrazione si trovano prevalentemente in Sicilia (89), cui seguono la Calabria con 16 interventi, nove per la Campania, cinque in Puglia, due a testa per Friuli Venezia Giulia e Liguria, uno in Abruzzo.
Aveva commentato il commissario alla depurazione Enrico Rolle: «Il grave ritardo dell’Italia nella raccolta e nel trattamento delle acque reflue urbane è una realtà nota, che pesa sullo sviluppo del nostro Paese».
Nel frattempo si studiano nuove tecnologie, come la Newlisi che compatta e asciuga i fanghi fino a ottenerne un materiale più facile da gestire.

Sequestrato il depuratore che non depura
L’altro giorno i carabinieri del Noe di Salerno hanno apposto i sigilli all’impianto di depurazione di Mercato San Severino (Salerno). Secondo i carabinieri coordinati dalla Procura di Nocera Inferiore in giugno l’impianto scrubber non era attivo né funzionante, che i locali destinati ai trattamenti erano risultati non in depressione e che gli interventi migliorativi imposti dalla Giunta regionale erano stati realizzati solo parzialmente. Il tutto ha causato odori nauseabondi che hanno disturbato chi vive vicino al depuratore. «Da molti giorni ci arrivavano le segnalazioni al ministero, anche attraverso i canali social, di
problematiche relative a presunti inquinamenti delle acque torrentizie confluenti nel Sarno», commenta il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

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