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Meno calcio e più hi-tech: il nuovo corso degli investimenti cinesi in Italia

Meno squadre di calcio e più tecnologia. Meno finanza e più economia reale. Meno grandi società e più medie e piccole imprese della manifattura made in Italy. Marco Marazzi, capo del Desk China di Baker McKenzie, sintetizza in questo modo il nuovo corso degli investimenti cinesi in Italia che, sebbene abbiano registrato nel primo semestre dell’anno un calo del 13% rispetto allo stesso periodo del 2017, sono destinati a proseguire nei prossimi anni, anche se su un livello di maggiore stabilità. Secondo un’indagine della società di consulenza, nell’ultimo anno si registra infatti un marcato spostamento dei capitali cinesi, sia in Europa che negli Stati Uniti, verso settori come automotive, medicina e biotech, prodotti di consumo e servizi.

E il nostro Paese non fa eccezione. «Il calo in Italia è dovuto al disinvestimento dai settori ritenuti non strategici – spiega Marazzi – in linea con le indicazioni del governo cinese che, l’anno scorso, ha iniziato a mettere dei filtri sugli investimenti all’estero di carattere speculativo, soprattutto in settori come real estate, calcio o entertainment». Una tendenza che riguarda dunque tutti i Paesi e segna un argine ai forti flussi di capitali cinesi fuori patria che aveva caratterizzato il biennio record 2015-2016. Anche se, guardando ai numeri riportati da Baker McKenzie, Paesi come Slovenia (+1.620% nel primo semestre del 2018) Francia (+445%), Spagna (+311%) e Svezia (+236%) hanno registrato nella prima parte dell’anno una decisa controtendenza.

«Andrà consolidandosi lo spostamento già in atto verso settori ritenuti più strategici – precisa Marazzi – come le tecnologie, il biomedicale o le infrastrutture. Inoltre, vedremo meno M&A e più joint venture o aperture di negozi o investimenti greenfield (aperture di filiali, ndr) da parte di medie aziende familiari cinesi». Operazioni che difficilmente raggiungono l’onore delle cronache, perché meno eclatanti di acquisizioni come quelle che hanno coinvolto brand importanti come Pirelli, Wind Tre o Esaote, e perché realizzate da medie aziende non quotate, senza obbligo di comunicazione al mercato e spesso poco desiderose di apparire. Tra i settori interessati di recente ci sarebbero le Tlc e le fonderie.

Secondo i dati raccolti nell’ultimo Rapporto Cesif per conto della Fondazione Italia-Cina, a fine 2017 risultavano direttamente presenti in Italia, attraverso almeno un’impresa partecipata, circa 300 gruppi cinesi, mentre erano 641 le aziende italiane partecipate da tali gruppi, per un totale di 32.700 lavoratori e un giro d’affari di circa 18 miliardi. Si tratta soprattutto di società di servizi, seguite da realtà della manifattura. Tra le acquisizioni più recenti – oltre a quelle citate di Esaote e Wind Tre – si ricordano quella della piemontese Emarc da parte del colosso siderurgico Baosteel, quella di Geodata (anch’essa piemontese) da parte di Power China Northwest Engineering Corporation e quella di Blue Engineering da parte del gruppo di costruttori di materiale rotabile Crrc assieme a Cmc e Genertec.

Un altro aspetto interessante messo in luce dall’indagine di Baker McKenzie è che questo contesto di maggiore oculatezza degli investimenti cinesi oltreconfine sembra premiare l’Europa a scapito dell’America: le operazioni di M&A da parte di gruppi cinesi nella prima metà del 2018 hanno raggiunto i 22 miliardi di dollari nel Vecchio continente, contro i 2,5 miliardi del Nord America. Le tensioni commerciali tra Usa e Cina sarebbero solo in parte responsabili di questo squilibrio, spiega Marazzi: l’Europa è più interessante per la Cina perché non ci sono ostacoli come il Cfius, il Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti (nato nel 1975 ma rafforzato da Obama e Trump) incaricato di verificare ed eventualmente bloccare l’ingresso di capitali esteri nelle aziende statunitensi.

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