Economia

Gli «errori» della Basilicata sulle royalties del petrolio

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Gli «errori» della Basilicata sulle royalties del petrolio

C’è un errore nel calcolo e nell’utilizzo delle royalties petrolifere da parte della Regione Basilicata. Lo ha rilevato la Corte dei Conti che, con la mancata parifica del bilancio regionale dello scorso anno e la parifica condizionata di quest’anno, continua a puntare il dito sull’enorme flusso di proventi del petrolio destinati alla Basilicata (si legga Sole 24 Ore del 7 e del 10 agosto). Da una parte, lo Stato si è preso il 3% di royalties destinate al Fondo sviluppo economico e social card: 47 milioni destinati ai territori estrattivi, perduti senza che le Regioni li reclamassero. Dall’altra, la Regione Basilicata ha incamerato nel suo bilancio anche la quota di royalties versata dalle società petrolifere allo Stato, senza destinarla ai territori estrattivi. Ma in questo caso, la cosa non è sfuggita alla Corte dei Conti.

Le royalties «non risultano essere state utilizzate dalla Regione secondo i fini stabiliti dalla legge». L’aliquota sulle concessioni di coltivazione su terraferma del 7% va così ripartita: 30% allo Stato, 55% alla Regione e 15% ai Comuni. In particolare, secondo il decreto 625 del 1996 «a decorrere dall’1 gennaio 1999, alle Regioni a statuto ordinario del Mezzogiorno è corrisposta, per il finanziamento di strumenti della programmazione negoziata nelle aree di estrazione e adiacenti, anche l’aliquota destinata allo Stato (30%)». Ma con un duplice vincolo nell’utilizzo di questa parte dell’aliquota «rinunciata» dallo Stato: uno, riferito alla finalità della devoluzione (finanziamento di strumenti della programmazione negoziata) e, l’altro, riferito all’area che dovrà beneficiarne (aree di estrazione e adiacenti)». Il rilievo: fondi non vincolati e anche calcolati male dalla Regione.

Tutto è partito dall’indagine sull’utilizzo delle risorse generate dall’estrazione petrolifera realizzata dalla Sezione regionale di controllo per la Basilicata della Corte dei Conti e presentata nell’aprile 2014. Un lavoro di ricerca di quasi 400 pagine e migliaia di file per lanciare un monito a Regione e Comuni sulle royalties petrolifere: «una risorsa straordinaria, ancorché ripetitiva, condizionata dal prezzo del greggio, ma anche all’interesse delle compagnie petrolifere a continuare l’investimento. Variabili economiche imprevedibili, non necessariamente condizionate dalla diminuzione delle riserve».

Eppure a quell’audizione pubblica Regione e Comuni lucani (tranne un paio di eccezioni) non si sono presentati, incuranti delle indicazioni del dossier per evitare di incorrere in futuro negli errori fatti. Da allora, però, i giudici contabili hanno continuato a monitorare quella valanga di soldi: un «eccesso di risorse, rispetto alla capacità di poterle programmare e spendere». E sono arrivate le contestazioni, con una deliberazione nel 2016 e con l’ultima quest’anno, della Sezione regionale di controllo per la Basilicata della Corte dei Conti.

In sostanza, come avevano avvertito i giudici contabili, Regione Basilicata e Comuni non possono fare quello che vogliono con le royalties. In via implicita è imposto loro il divieto di utilizzare tali risorse in maniera «indistinta» per il pagamento di oneri di natura estranea al perimetro disegnato dal legislatore. Ma questo vale per tutti i territori estrattivi italiani e verrebbe da chiedersi come hanno utilizzato queste risorse, anche alla luce del fatto che Regioni come Puglia, Calabria, Marche, Molise, Abruzzo hanno perduto, facendolo andare in perenzione, il 3% delle royalties del Fondo sviluppo economico e social card destinato alle loro aree estrattive.

Tornando ai conti della Basilicata, nel 1997 la Regione ha avviato il Programma Operativo Val d’Agri con una dotazione finanziaria di 350 milioni. L’ultimo report disponibile è aggiornato al 31 dicembre 2014. Dal 2012 (quando i Comuni beneficiari sono passati da 30 a 35 con un incremento di circa 16 milioni), il Programma non è stato rifinanziato per «indisponibilità finanziarie a valere sui capitoli di bilancio». Eppure a fronte di tale «indisponibilità», la Regione ha percepito e continua a percepire i fondi non utilizzati secondo i fini stabiliti, e cioè per finanziare programmi negoziati avviati dalla Basilicata. Tirando le somme dal 2001 al 2018, il 30% di royalties ammonta a oltre mezzo miliardo di euro.

Al rilievo della Corte dei Conti in sede istruttoria, la Regione ha ribadito le motivazioni del mancato avvio dei programmi concordati (la loro «inattualità» e la necessità di adeguarli) senza fornire indicazioni sulle modalità utilizzate per la programmazione per evitarne l’uso «distorto». E si è impegnata ad adeguare il fondo con accantonamenti graduali, «fino all’iscrizione del 30% delle entrate da royalties in apposito fondo vincolato della spesa a partire dal rendiconto 2017, in modo da non far gravare in un unico esercizio gli effetti di tale prescrizione». I prossimi controlli in sede di giudizio di parifica del rendiconto 2017.

Ma già ora i conti non tornano per un errore di calcolo rilevato sempre dalla Corte. Il 30% di entrate vincolate va calcolato sull’intero 7% della quantità di idrocarburi liquidi e gassosi estratti in terraferma (ex art. 19 comma 1 del 625/1996). Nel 2016, avverte la Corte, è pari a 30,9 milioni (il 30% del gettito totale di 103 milioni) e non 26 milioni riferiti alla sola quota regionale. Considerando che l’Ente ha dichiarato che «con il bilancio di previsione triennale l’intero ammontare delle royalties per ciascuno degli esercizi 2018-2019-2020 è stato vincolato per il 30% ad apposito capitolo di spesa e si intende fare lo stesso anche con il conto consuntivo 2017 di prossima approvazione», la Corte dei Conti ha chiesto di rivalutare l’importo del 30% delle risorse da vincolare sulla base delle indicazioni di legge. Anche qui si attende la verifica.

Tirando le somme, dal 2016 al 2018, sono circa 70 milioni che la Regione dovrà vincolare (a fronte dei 60 milioni secondo il calcolo errato) che si aggiungeranno ai circa 35 milioni dell’aliquota del 15% destinata direttamente ai 6 Comuni della Val d’Agri. Ma sull’utilizzo di queste risorse si apre già un altro capitolo.

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