Economia

Il «Brunello d’oro» di Biondi Santi

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Il «Brunello d’oro» di Biondi Santi

Il Brunello di Montalcino ha una fama globale. Ma stavolta c'è una lite familiare - quella scoppiata alla morte di Franco Biondi Santi, il nome più famoso della denominazione, per l'eredità del podere Greppo di Montalcino - dietro all'inchiesta per reati tributari che nei giorni scorsi ha portato al sequestro preventivo al figlio Jacopo Biondi Santi, 68 anni, di beni per 4,9 milioni: 2,7 milioni depositati in sette conti correnti (aperti nelle banche Ca Indosuez Wealth, Ca Indosuez Fiduciaria, Credito cooperativo di Anghiari e Stia, Deutsche Bank, Monte dei Paschi, Popolare di Cortona, Banca Cras) e un appartamento a Cortina d'Ampezzo, nel centralissimo corso Italia, del valore di 2,4 milioni (sequestrato fino a concorrenza della somma), secondo quanto indicato nel verbale della Guardia di Finanza di Siena. Jacopo Biondi Santi è indagato per emissione di fatture per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta, indebita compensazione dei tributi. Il sequestro è la conseguenza della querela presentata nell'agosto 2015 dalla sorella Alessandra Biondi Santi, che accusava Jacopo di «illecito impossessamento del patrimonio ereditario» dopo la morte del padre Franco, re del Brunello di Montalcino inventato dagli avi alla fine dell'Ottocento, avvenuta nell'aprile 2013. Il patrimonio conteso era rappresentato proprio dalla tenuta del Greppo - di cui Jacopo era diventato amministratore unico - che, oltre ai vigneti, custodiva nelle cantine bottiglie storiche di Brunello «per importi rilevantissimi», come si legge nel decreto di sequestro dei beni di Jacopo emesso il 30 luglio scorso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siena, Roberta Malavasi. Sono proprio quelle bottiglie di Brunello di Montalcino da collezione - tesoro della viticoltura made in Italy - ad essere finite al centro dell'inchiesta della magistratura per il fatto di essere state al centro di operazioni di fatturazione durante la gestione di Jacopo.
Il decreto di sequestro ricostruisce le operazioni societarie messe in atto da Jacopo Biondi Santi tra il 2014 e il 2016, quando poi il 90% del capitale del Greppo è stato ceduto dalla famiglia Biondi Santi ai francesi di Epi Group per 98 milioni di euro, mettendo così fine alle liti familiari. Per la Procura di Siena (che aveva addirittura chiesto il sequestro preventivo di 11,5 milioni invece dei 4,9 accordati dal gip) Jacopo Biondi Santi, titolare della ditta individuale Biondi Santi azienda agricola che gestiva il Greppo per conto della famiglia, ha venduto le bottiglie storiche di Brunello a società a lui riconducibili (Jbs srl e azienda agraria Montepò srl): ma quelle fatture di vendita per oltre 40 milioni, che sono state poi tutte annullate attraverso l'emissione di note di credito di pari importo, erano secondo la Procura «oggettivamente inesistenti» ed erano effettuate solo per portare in detrazione l'Iva e creare così un credito da utilizzare in compensazione (con un vantaggio fiscale ottenuto di 1,7 milioni). Si sarebbe trattato, dunque, di contratti simulati diretti a ottenere un risparmio d'imposta.
Per la difesa di Jacopo Biondi Santi, invece, l'emissione di 37 fatture di vendita dal 2014 al 2016, poi rettificate, si spiega col timore di veder sequestrata (cosa che poi è avvenuta nel settembre 2015) l'azienda agricola del Brunello per effetto dell'azione legale intrapresa dalla sorella Alessandra e dalla madre Maria Floria Petri nella successione ereditaria. Se quell'azione avesse bloccato i vini in cantina, l'attività non sarebbe potuta proseguire e l'azienda avrebbe subìto un danno gravissimo. Per questo all'inizio di ogni mese Jacopo Biondi Santi - secondo gli investigatori - faceva risultare la vendita delle giacenze di vino e, prima della fine dello stesso mese, emetteva una nota di credito di pari importo. Spiega Giulio Andreani dello studio legale-tributario Dentons che assiste Jacopo Biondi Santi: «Le operazioni sono state compiute per motivi estranei a quelli fiscali. E il 98% delle fatture emesse sono state rettificate nei termini previsti dalla legge, e dunque non hanno prodotto alcun indebito risparmio di imposta. Non c'è stato alcun vantaggio fiscale, lo Stato non ha perso un euro».
Jacopo Biondi Santi cercherà ora di trovare un accordo con l'Agenzia delle Entrate per gli aspetti tributari. I suoi difensori sono sicuri che la vicenda si ridimensionerà anche sul piano penale («manca il dolo, la volontà di conseguire il risparmio fiscale», dicono). Infine, l'azienda-simbolo del Brunello da più di un anno è in mano al gruppo francese dello champagne Epi che precisa: «Noi con l'inchiesta non c'entriamo nulla».

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