Economia

Imprese, chi vince e chi perde con la crisi in Turchia

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l’effetto del rialzo dei tassi e dei contratti in lire

Imprese, chi vince e chi perde con la crisi in Turchia

«Un piccolo ordine mi è arrivato, la scorsa settimana. Ma il punto è: le banche finanzieranno il leasing che il cliente intende fare?». Raffaella Carabelli, imprenditricie del meccanotessile, guarda con evidente apprensione agli ultimi sviluppi della crisi in Turchia, dove il Governo è alle prese con un mix dirompente di inflazione, svalutazione, sfiducia dei mercati e degli investitori. La banca centrale di Ankara, “disobbedendo” alle indicazioni del presidente Erdogan, ieri ha alzato i tassi di interesse nel tentativo di stabilizzare il cambio, operazione che pare finora funzionare. In parallelo il Governo ha decretato l’obbligo di utilizzo della valuta locale, la lira, per le transazioni interne, misura che esclude i rapporti di import-export e che non pare al momento impensierire troppo le imprese italiane.

Presenti peraltro in massa nel Paese, con una pattuglia di 450 società controllate, che sviluppano oltre otto miliardi di ricavi con 24mila addetti. Grandi aziende come Fca o Pirelli, ma anche numerosi componentisti di minori dimensioni, Pmi che si sono mosse al seguito dei gruppi maggiori, per servire ad esempio il mercato dell’auto oppure degli elettrodomestici.

L’effetto della crisi sulle nostre imprese non è affatto omogeneo e per chi è presente in Turchia in modo diretto tutto o quasi dipende dal mercato di sbocco: chi esporta sperimenta un guadagno netto in termini di competitività (ha costi in lire turche e incassi in dollari o in euro), mentre chi produce per la domanda nazionale si trova in difficoltà.

«Da agosto - spiega Lodovico Bussolati, amministratore delegato di Sdf, tra i leader mondiali della meccanizzazione agricola, presente nel paese con un sito da 140 addetti - il mercato turco dei trattori si è praticamente dimezzato. Il tema è la crisi di fiducia. A settembre noi, come tutti del resto, abbiamo aumentato i listini del 15%. Ma il problema non è nel prezzo: io credo che tutti stiano alla finestra, per capire quando la situazione si stabilizzerà. E fino ad allora gli scambi saranno bloccati».

Un quadro opposto c’è invece per chi produce in loco per poi riesportare altrove, come ad esempio Candy, che proprio pochi mesi fa ha rafforzato la presenza nel Paese avviando un nuovo stabilimento da 15 milioni di euro. Per la multinazionale brianzola il crollo della lira è quasi una manna dal cielo. «I nostri prezzi in ed euro sono rimasti fermi - spiega il presidente del gruppo Aldo Fumagalli - e questo significa che i nostri margini sono migliorati: in termini di euro il prodotto costa meno e quindi la profittabilità cresce. Non solo per noi, del resto, capita a tutti gli esportatori in questo momento, anche ai nostri concorrenti. Preoccupato? Vede, mi torna in mente l’Italia degli anni ’70 e 80’ quando eravamo noi a svalutare alla grande. In fondo non vedo niente di nuovo».

In una situazione intermedia è invece chi ha deciso di coprirsi dal rischio di cambio con operazioni a termine, in modo da fissare con certezza i valori senza prendersi rischi. È la scelta di Fontana group (carrozzerie per auto) presente in Turchia con un sito da 250 addetti per produrre stampi. «Gestiamo un’azienda - spiega l’imprenditore Walter Fontana - e non possiamo certo fare speculazioni finanziarie. Certo, in qualche caso si rinuncia ad avere dei vantaggi, come poteva accadere in questa situazione. Ma se in qualche situazione ti puoi pentire, in media il meccanismo funziona». In qualche caso i contratti di fornitura locale di Fontana sono in euro o in dollari (su richiesta dei fornitori) ma la trasformazione di questi rapporti in lire rischia di essere solo una partita di giro. «Se la svalutazione continua, quando i fornitori acquistano le materie prime e le pagano in dollari si trovano a sostenere costi più alti - spiega Fontana - che poi riversano sui clienti, aumentando i listini in lire turche. Del resto qui l’abitudine ai ritocchi dei prezzi è antica. Anche noi, ogni anno, adeguiamo gli stipendi dei nostri dipendenti per tenere conto della perdita di potere d’acquisto».

A dover affrontare la crisi e le difficoltà dell’economia è però anche un altro nutrito gruppo di aziende italiane, quelle che vedono Ankara come un mercato di sbocco, il 12esimo nel 2018 per il nostro paese (tra gennaio e giugno l’export è arrivato a 4,8 miliardi di euro) ma addirittura il secondo nel comparto del meccanotessile.

«Fino a maggio - spiega Raffaella Carabelli, imprenditrice diretta del comparto con Fadis ma anche past president dell’associazione di categoria Acimit - le cose in realtà andavano benissimo, con una crescita di oltre il 40% rispetto all’anno precedente. Tra Ramadan e pausa estiva il periodo successivo è stato fiacco, come nelle attese, ma le vere proccupazioni iniziano ora. Nuovi ordini, a parte quello della scorsa settimana, non ne ho e vedo un clima interno ancora difficile. Molte persone hanno paura di parlare e li capisco: alcuni dei miei clienti, considerati oppositori del Governo, sono finiti in galera».

L’effetto diretto sul mercato interno del crollo della lira è ancora comunque tutto da valutare, perché gli ultimi dati disponibili si riferiscono al mese di luglio, prima dell’ultima crisi. E già allora, comunque, gli acquisti turchi dall’intera Europa si sono ridotti del 9,2%, il peggior risultato tra tutti i mercati di sbocco extra-Ue.

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