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Made in Italy in Cina, questo sconosciuto (con poche eccezioni)

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l’indagine

Made in Italy in Cina, questo sconosciuto (con poche eccezioni)

Il made in Italy, chi è costui? Sembra essere questa la risposta prevalente del consumatore cinese con reddito medio-alto. Risposta che emerge dell’indagine Percezione e posizionamento del made in Italy in Cina, realizzata dall’Osservatorio Paesi terzi di Business Strategies e condotta lo scorso giugno da Nomisma Wine Monitor su un campione di 2.000 cittadini residenti a Pechino, Shanghai, Canton e Hong Kong.

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Il marchio più conosciuto dalla cosiddetta upper-class cinese è Ferrari con un 18% del campione che lo indica come primo brand o prodotto noto. Al secondo posto si posiziona la pasta (10%), poi il primo brand del settore moda: Gucci, con il 9%. Quindi il vino Barolo e Fiat, entrambi con il 5%, Armani con il 4 e via via gli altri.

Le classifiche dei settori
L’indagine, dedicata a Percezione e posizionamento del made in Italy in Cina, presenta le classifiche di settore dedicata alle principali voci della classica produzione tricolore conosciuta nel mondo. Per quanto riguarda il cibo, alle spalle della pasta (come detto, al 10% di notorietà) si trovano Ferrero e pizza (entrambi al 3%). Illy, Parma, spaghetti, olio, gelato, tiramisù e Barilla sono tutti all’1%.

Nella moda, dopo Gucci (9% di notorietà) si trova Armani (4%), poi Prada e Fendi (3%), quindi Versace e Valentino con il 2%. Il comparto vino, vede l’Amarone (3%) alle spalle del Barolo (5%), poi Chianti e Piemonte (2%), seguiti da vino rosso e vino (all’1%).

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Poliform (con il 3% di notorietà) guida la classifica dedicata all’arredo (altro pilastro del made in Italy), davanti ad Armani Casa, Turri e Natuzzi (all’1%).

Infine l’auto: a guidare è, come detto, Ferrari (con il 18% di notorietà stacca tutti), poi il marchio Fiat (5%), Lamborghini e Maserati (entrambe con il 3%).

Il rovescio della medaglia
Non è tutto oro, però, quel che luccica. Per ogni graduatoria di settore, infatti, l’indagine rivela che una percentuale compresa tra il 65 (per auto e moda) e il 70% (per l’arredo) non sa indicare alcun marchio made in Italy. Ma c’è anche di “peggio”: in diversi casi i cinesi intervistati indicano un brando o un prodotto stranieri invece di uno italiano. Accade per la moda (5%), il vino e l’auto (4%), l’arredo (3% delle risposte).

Bacino potenziale
Per il made in Italy, la nuova e sempre più numerosa classe medio-alta cinese sarebbe uno dei mercati di sbocco ideali. L’economia del Paese asiatico continua a crescere a ritmi impensabili per l’Italia o l’Europa. E se le disparità sociali sono ancora profondissime, va anche detto che nel 2016 il numero di milionari in dollari era di 1,13 milioni. Secondo la Camera di commercio italo-cinese la classe media «nel 2016 costituisce il 37,4% della popolazione e beneficia di un aumento di reddito pro capite pari al 6,3% rispetto all’anno precedente, secondo i dati della Chinese Academy of Social Sciences (Cass)». Parliamo di oltre un terzo della popolazione, quindi, di qualcosa come 3-400 milioni di cittadini.

Il gap da colmare
Eppure il made in Italy non riesce ancora a sfruttare questo potenziale bacino d’utenza gigantesco. A tutto vantaggio dei Paesi concorrenti. Nel 2017, anno record per le esportazioni italiane che hanno sfiorato i 430 miliardi di euro, in Cina sono arrivate merci per 13,5 miliardi con un incremento del 22% circa rispetto al 2016. Di queste esportazioni, quasi 4 miliardi di euro (3,8) fanno riferimento alla meccanica strumentale e altri 2 ai mezzi di trasporto. La voce”tessile, abbigliamento, pelli e accessori” (in una parola: moda) sfiora i 2 miliardi (1,9). Alimentari e bevande, un’altra delle voci forti del made in Italy, non arrivano a mezzo miliardo (407 milioni). La Cina è sì tra i primi dieci mercati di sbocco dell’Italia, ma il valore equivale più o meno a quanto esportiamo in Belgio e in Polonia. In Germania il nostro export vale 4 volte tanto, in Francia e Stati Uniti più di tre volte. I 13,5 miliardi dell’Italia rappresentano circa l’1,1% di quanto importa la Cina (dati 2016). I recenti accordi strategici dell’agroalimentare, del vino e della cosmetica con la piattaforma Alibaba sono passi avanti importanti, ma altri Paesi sono partiti prima e hanno dall’inizio sostenuto le loro imprese.

L’analisi
«Il peso dell'Italia sul totale delle importazioni cinesi è ancora minimo – sottolinea Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies – e occupiamo il 22° posto nella classifica dei Paesi fornitori. Una quota di mercato che si abbassa ancora di più se si considera il solo import agroalimentare, allo 0,5%, che riesce a far sembrare gigantesca pure la nanoshare del nostro mercato vinicolo, attorno al 6%. C’è spazio e c’è voglia di made in Italy – dice Ballotta –, i consumatori sono curiosi, ma per tradurre questo gap in potenziale dobbiamo imparare a raccontarci a partire dal prodotto».

Insomma, resta più che mai valida una delle illuminanti analisi di Giuliano Noci – prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano –, secondo cui nell’economia globalizzata attuale non è sufficiente realizzare i prodotti migliori del mondo, se le persone cui dovrebbero essere destinati non lo sanno e non li conoscono. Servono azioni di sistema mirate per tipologia di prodotto e per mercati di destinazione.

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