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Cirò, la rivoluzione dei vigneti autoctoni calabresi

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storie d’impresa

Cirò, la rivoluzione dei vigneti autoctoni calabresi

CIRO’ MARINA (CROTONE) - «Era il 1992, mi trovavo all'estero per una fiera internazionale. Al nostro stand si fermava poca gente e così iniziai a curiosare per vedere cosa facevano gli altri. Mi resi conto che il mercato stava cambiando, di pari passo con la consapevolezza dei consumatori, sempre più curiosi di scoprire i territori e le loro particolarità».

Nicodemo Librandi, capofamiglia e capoazienda delle Cantine Librandi di Cirò Marina, sulla costa jonica calabrese, tra i filari dove è in corso la vendemmia di una annata che «si presenta molto buona», racconta così la molla che ha innescato la svolta nella vita dell'azienda fondata dal padre Raffaele negli anni Cinquanta su poco più di 6 ettari di vigneti, e che oggi porta il suo nome e quello del fratello Antonio, il primogenito scomparso qualche anno fa.

«Mio padre era partito dal Gaglioppo e dal Greco bianco – racconta Nicodemo - basi del Cirò rosso e di quello bianco. Negli anni Ottanta avevamo sperimentato i vitigni internazionali con cui avevamo ottenuto alcuni dei nostri vini di maggior successo. Ma la Calabria, con il suo vasto patrimonio di varietà autoctone, ci offriva la possibilità di differenziarci in modo forte sul mercato. Così decidemmo di investire in ricerca, sia per conoscere meglio le nostre varietà storiche sia per scoprire le potenzialità di quelle minori. L'anno dopo nasceva il nostro primo campo sperimentale di varietà calabresi».
Capacità di guardare oltre, tenacia e un pizzico di sana testardaggine, ottime basi di partenza per ogni buon imprenditore.

All'estero il 50% della produzione, primo cliente la Germania
«Oggi abbiamo già compiuto il secondo passaggio generazionale», assicura. La gestione è condivisa con i due figli e due nipoti, ciascuno con un ruolo ben definito, indispensabile un’azienda di quasi 350 ettari, distribuiti in sei tenute in quattro comuni (Cirò, Strongoli, Rocca di Neto e Casabona), 80 dei quali ad uliveto e il resto vigneti. Grazie alle uve di altri 42 piccole aziende per altri 150 ettari la produzione arriva a circa 2 milioni e mezzo di bottiglie per circa 10 milioni di fatturato: la metà va all'estero, un quarto nella sola Germania e il resto in una trentina di altri paesi. Una crescita esponenziale, frutto anche dell'uso accorto degli incentivi nazionali e dei fondi europei, che ha decuplicato il numero dei dipendenti rispetto al '93. È in quell’anno, infatti, che Nicodemo Librandi chiama i migliori esperti italiani e avvia un’intensa attività di ricerca su un territorio storicamente votato alla viticoltura, ma con scarsa cultura enologica e soprattutto scarsa consapevolezza delle proprie potenzialità. Di contatti ne ha molti, se li è creati qualche anno prima, a Roma, sotto la guida esperta di Trimani, quando - più che dedicarsi agli esami universitari - bazzicava le migliori enoteche della capitale e faceva venditore del Cirò prodotto dal fratello, che intanto aveva avviato l’attività di imbottigliamento.

Il salto dimensionale
I risultati arrivano e a questo punto bisogna fare un altro salto, questa volta di dimensioni, che prende forma nel 1997 con l’acquisto di una parte della tenuta Rosaneti, nell'Igt Val di Neto, tra Rocca di Neto e Casabona, completato nel 2002. In tutto 260 ettari, vecchi latifondi per lo più incolti, trasformati in pochi anni in un'azienda dinamica che oggi dà lavoro a 150 persone, con un giardino varietale dalla caratteristica forma a spirale, dopo un lungo lavoro di zonazione avviato con grandi esperti come Donato Lanati, con il centro di ricerca Enosis, Attilio Scienza dell'Università di Milano, cui poi si aggiungono Anna Schneider e Franco Mannini del Cnr di Torino, Stella Grando dell'Università di Trento e altri ancora. «Abbiamo selezionato più di 200 varietà di uva e nel 2014 sono stati registrati al Registro nazionale della vite e del vino quattro cloni autoctoni di Gaglioppo, quattro di Magliocco e due di Pecorello. Ma sono state anche individuate 78 varietà uniche della regione non registrate, di cui 28 particolarmente importanti per vinificare» racconta Nicodemo mentre ci accompagna in un giro sulle colline dell’azienda.

Questo patrimonio ritrovato ha aperto la strada a ulteriori sviluppi non solo per Librandi ma per tutto il settore in Calabria, una regione che vanta un legame antico con la viticoltura (gli Enotri abitavano da queste parti prima che arrivassero i coloni greci) ma resta quasi un'eccezione nelle carte dei vini. «Credo sia soprattutto un problema di comunicazione» insiste Nicodemo che si spende molto nel lavoro, non facile, di rete con le altre aziende della regione, allargando lo sguardo all'intero settore food.

Una rivoluzione per il territorio
L'investimento dei primi anni ’90, «realizzato anche grazie alla fiducia del sistema bancario (fatto non scontato nell'epoca in cui la Carical, Cassa di risparmio di Calabria e Lucania, crollava travolta dalle perdite della Jonicagrumi e veniva salvata e assorbita dalla Cariplo oggi Banca Intesa, ndr.) ci ha permesso di creare una base produttiva solida che negli anni ha dato continuità alla produzione e riconoscibilità alle nostre etichette». Come il Gravello, un Val di Neto rosso, blend di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, fiore all'occhiello dell'azienda insieme al Duca San Felice, Cirò rosso classico superiore riserva, e al Magno Megonio (Magliocco). Senza dimenticare i bianchi (Critone ed Efeso) e i rosati (Terre Lontane).

La rivoluzione ha coinvolto l'intero territorio. Nel '93 a Cirò lavoravano meno di dieci cantine. Oggi, intorno a quella che gli economisti chiamerebbero “azienda leader”, ce ne sono sessanta. A beneficiarne non è stato solo l'Alto Crotonese, ma tutta la regione dove stanno crescendo anche altre aziende vitivinicole di qualità. Intanto Librandi guarda alla prossima sfida: «La sostenibilità ambientale, nuovo paradigma su cui modellare l’intero ciclo produttivo».

@chigiu

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