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In Lombardia crolla il lavoro in somministrazione

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OCCUPAZIONE

In Lombardia crolla il lavoro in somministrazione

Marka
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Si torna ai livelli di quattro anni fa. Dopo una lunga fase di espansione che durava da fine 2016, la domanda di lavoro in somministrazione per Milano, Monza-Brianza e Lodi cede nel terzo trimestre il 37%, in linea con il dato del secondo trimestre del 2014.

È quanto emerge dall'ultima indagine dell'Osservatorio Assolombarda sul trimestre luglio-settembre 2018, realizzata in collaborazione con le Agenzie per il Lavoro sul territorio della Città Metropolitana di Milano e nelle province di Monza e Brianza e Lodi, che monitora con cadenza trimestrale la domanda di lavoratori in somministrazione da parte dalle imprese. Alla rilevazione partecipano 10 tra le principali Agenzie per il Lavoro: Adecco Italia, Etjca, Gi Group, In Job, Lavoropiù, Manpower, Men At Work, Quanta Italia, Synergie e Umana.

Sono i profili tecnici a registrare la maggiore variazione negativa (-63%), con riflessi di natura strutturale, considerato il consistente ridimensionamento della categoria sulla domanda totale (dal 21,5% al 14,6%). Si tratta della contrazione più significativa degli ultimi 5 anni: un dato particolarmente rilevante - spiega Assolombarda in una nota - data la centralità di questa figura professionale, che ricoprendo un ruolo cardine nei processi produttivi è considerata un “barometro” del quadro economico.

«Crediamo che il nuovo regime normativo introdotto dal Decreto Dignità - spiega il Presidente di Assolombarda Carlo Bonomi - finisca per snaturare la vocazione originaria del lavoro in somministrazione, caratterizzato da un proprio sistema di regole che ne garantiva la giusta flessibilità. È bene ricordare che stiamo parlando di lavoratori regolarmente assunti, ai quali si applicano tutte le norme legislative e contrattuali tipiche del lavoro subordinato nonché le relative tutele previdenziali. Oggi ci troviamo di fronte a un consistente ridimensionamento della domanda di lavoro in somministrazione: nel periodo luglio-settembre siamo tornati ai livelli di quattro anni fa. Un brusco calo delle richieste che può essere spiegato sia con l'oggettiva difficoltà delle aziende a far rientrare le scelte delle organizzazioni nei nuovi limiti di legge e sia in una generale diffidenza dovuta alla mancanza di chiarezza delle norme».

Il calo, rivela l'indagine, è comunque generalizzato. Infatti, guardando il confronto con luglio-settembre del 2017 diminuisce anche la domanda di addetti al commercio (-37%), personale non qualificato (-24%) e impiegati esecutivi (-20%), mentre per operai specializzati (-10%) e conduttori impianti (-7%) la riduzione di richiesta è più contenuta.

Una analoga rilevazione condotta dall'Associazione Industriale Bresciana evidenzia un quadro simile, con il calo della domanda di lavoro in somministrazione del 22% anche a Brescia, conferma che la frenata registrata nel terzo trimestre 2018 sia diffusa a livello territoriale e non si tratta solo di un fenomeno locale circoscritto.

«Si tratta della prima contrazione, peraltro molto marcata, da quasi due anni a questa parte, quando abbiamo costituito il nostro osservatorio – sottolinea Roberto Zini, vice presidente di AIB con delega a Lavoro, Relazioni industriali e Welfare –. Difficile imputare questo calo solamente al generale rallentamento dell'attività produttiva registrato nei mesi estivi. Il cosiddetto “Decreto Dignità” ha infatti introdotto una serie di restrizioni sui contratti a termine, alcune delle quali estese anche a quelli in somministrazione, generando incertezza tra le imprese. Un disorientamento da non sottovalutare, pur se rilevato su un singolo tipo di contratto, e che non ha risparmiato il nostro territorio».

Anche per Assolombarda le ragione di questa inversione di tendenza possono essere ricondotte al “Decreto Dignità”, che di fatto ha cambiato il quadro normativo relativo alla somministrazione assimilandolo a quello sul contratto a termine, così come modificato dalla riforma e con particolare riferimento al tema delle causali. Altri aspetti riguardano i costi, perché il nuovo sistema normativo prevede un contributo addizionale per ogni rinnovo in somministrazione così come avviene per i contratti a termine. Vi sono poi limiti quantitativi, perché la riforma ha introdotto un tetto del 30% come massima percentuale di contratti a termine e in somministrazione (di cui il 20% è potenzialmente rappresentato dai contratti a termine). E vi sono infine le incertezze interpretative legate ad alcuni passaggi del decreto, che lasciano un certo margine di discrezionalità nel caso di contenzioso.

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