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Valorizzazione dei residui, la miniera della siderurgia

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AMBIENTE

Valorizzazione dei residui, la miniera della siderurgia

Ecomondo, da Enea focus sull'economia circolare

I forni elettrici delle acciaierie italiane «ingoiano» ogni anno 20 milioni di tonnellate di rottame. Un quantitativo che, altrimenti, sarebbe un rifiuto. È la ragione principale per la quale i siderurgici si ritengono a pieno titolo protagonisti dell’economia circolare. «È un settore dove, in tutte le fabbriche, si può trovare un’applicazione paradigmatica di questo concetto - spiega il presidente di Federacciai, Alessandro Banzato -. Recupero e rigenerazione in nuovo prodotto del rottame e riutilizzo di tanti altri scarti di lavorazione potrebbero essere anche di più, se la nostra legislazione fosse realmente allineata a quella europea».

Anche una recente ricognizione di Eurofer, l’associazione dei produttori europei, ha evidenziato come molti percorsi di valorizzazione dei residui dei processi di produzione siderurgica siano ormai prassi consolidate tra gli operatori. La loppa d’altoforno, per esempio, è un sottoprodotto da tempo impiegato con successo nella produzione del cemento. Le scorie siderurgiche da forno elettrico o da convertitore possono essere impiegate nel settore delle costruzioni. Le scorie da affinazione delle siviere possono essere reimpiegate nel forno elettrico in parziale sostituzione della calce. Altre scorie possono trovare un nuovo impiego nel trattamento delle acque e dei suoli, in agricoltura o nell’industria del vetro, mentre le scaglie di laminazione possono trovare impiego nell’industria chimica o nella produzione di cemento. E ancora: dalle polveri di abbattimento fumi si recuperano metalli (zinco, piombo, ferroleghe) che rientrano nel ciclo di produzione (paradigmatica l’esperienza della bergamasca Pontenossa spa) mentre i refrattari esausti possono essere recuperati per creare nuovi mattoni.

Tra le best practice in Italia c’è il progetto Zero Waste del gruppo Pittini, avviato a metà degli anni 90. «Da allora - spiegano i tecnici dell’azienda - tutti i materiali secondari che sarebbero stati destinati all’abbandono sono stati rivisti e rivalutati in un’ottica di economia circolare e hanno trovato impiego in sostituzione di altre materie prime che altrimenti sarebbero state estratte da miniere o cave: basalti, porfidi, calcare, minerali di ferro, minerali di zinco e piombo». Il risultato più sorprendente è stato ottenuto con la valorizzazione della scoria da forno elettrico, il 15% in peso dell’acciaio prodotto. Con Autovie Venete è stato avviato un percorso che ha portato alla messa a punto di un prodotto chiamato Granella - impiegato nella produzione di manti bituminosi e nella realizzazione di conglomerati cementizi -, dal 2005 certificato Ce. Da quella data tutta la produzione di scoria è destinata a questo prodotto.

Un percorso simile è stato adottato da Feralpi. Anche Tenaris ha ottenuto, a Dalmine, la marcatura Ce per un rifiuto del processo produttivo: la scoria nera del forno è commercializzata con il nome Ecograin, si utilizza per conglomerati cementizi e miscele bituminose. Sempre in TenarisDalmine, l’acido borico, presente come inquinante nel circuito delle acque industriali, viene concentrato per evaporazione, cristallizzato, separato per centrifugazione, essiccato e venduto. Marcegaglia ha realizzato due anni fa un impianto che recupera la soluzione di processo di zincatura a valle del suo raffreddamento, generando zinco liquido da reimmettere nel processo separandolo dagli ossidi metallici che si generano nella zincatura dell’acciaio. Acciai speciali Terni ha da poco appaltato alla finlandese Tapojarvi Oy un progetto per realizzare un impianto di recupero delle scorie (circa il 30% della produzione), con l’obiettivo di trasformarle in materiali da riutilizzare e commercializzare. «Nel giro di 12, massimo 18 mesi - spiega l’ad di Ast, Massimo Burelli - dovremmo essere operativi».

Per la produzione a ciclo integrale, che utilizza come materie prime, tra le altre, minerale di ferro e coke, si pongono anche altre questioni. In Italia solo Ilva (oggi di proprietà di ArcelorMittal) e in misura minima Arvedi a Servola hanno ancora altoforni attivi. In questo ambito è applicabile la Guida Ocse in materia di due diligence per le catene di approvvigionamento responsabile di minerali provenienti da zone di conflitto e ad alto rischio, incorporata anche in diverse legislazioni nazionali. La tracciabilità della filiera è comunque fondamentale per mantenere la reputazione a livello internazionale. Occorre considerare, ad esempio, che in Somalia il regime fondamentalista Al-Shabaab si finanzia con il commercio del charcoal, mentre in Colombia alcune grandi imprese del carbone sono state associate ad attività di paramilitari, con l’uccisione di sindacalisti.

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