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La parabola di @Dio: «Così conquisto seguaci su Twitter»

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il personaggio

La parabola di @Dio: «Così conquisto seguaci su Twitter»

Lo incontriamo in un bar: è un giovane un po' timido ma molto appassionato di comunicazione e decisamente divertente. Che per il suo account da 800mila follower ha scelto un nome impegnativo: @dio. Intervistarlo è parsa subito una necessità professionale ineludibile.

Come posso rivolgermi a lei, cioè a voi. A loro?
Di solito prediligo Vostra Tuttezza, ma oggi mi sento più elastico.

Alleluja! Da quanto tempo fa l'influencer?
Eh, da millenni. Gli umani di base sentono il bisogno di essere guidati, per le loro scelte, per sapere come comportarsi, per la vita quotidiana. Diciamo che sono abituato a essere invocato. Ma se ti riferisci ai social, su Twitter sono sbarcato nel 2011.

Com'è nata la cosa?
Un po' per scherzo. Mi sono detto: puntiamo in alto, spariamola grossa, comunicazione divertente e iperbolica, vediamo che succede. Nel giro di poco tempo questo approccio ha preso a funzionare, e da lì non mi sono più fermato. A scherzare intendo: adottare un punto di vista umoristico sulle vicende umane funziona, aiuta il buonumore, fa vivere meglio.

Ma @Dio è anche un vero influencer digitale: Si guadagna molto?
Dipende: ci sono agenti molto bravi a strappare compensi stellari per le proprie web star. Io – per tenere alta la mia reputazione di onnipotente – invece faccio due lavori, a volte tre. Opero come influencer come @Dio, e sono impiegato nella comunicazione. Negli ultimi anni con i miei post ho sostenuto alcune campagne, programmi televisivi, app, tanta roba. Una volta ho anche promosso il dvd del film sui 10 Comandamenti, è stato bello. Ma ora la domanda di questo tipo di attività sta cambiando.

“Essere influencer è diventato il sogno dei ragazzi, che sognano l'esplosione di successo improvvisa, ma qualcuno deve spiegargli che bisogna dedicare molto tempo a questa attività, aggiornarsi”

@Dio 

Non cambi discorso: quanto si guadagna?
Uh, il denaro, che volgarità. Dipende da qual è il tuo seguito, da chi ti ingaggia e da quello che devi fare, ma diciamo qualche migliaio di euro a campagna. Detto così sembrano soldoni, ma devi pagarci molte tasse, una cosa a cui non ero abituato. Ho cercato di convincere l'Agenzia delle Entrate che il web conta come luogo di culto, ma non mi sono sembrati molto persuasi.

Ora mi dica: come cambia lo scenario dell'influencing?
Diciamo che le aziende imparano: c'è maggiore selezione, una ricerca più attenta della coerenza tra contenuti e prodotto. Prima i clienti si accontentavano di un feedback abbastanza grossolano sulle campagne, del tipo “oh, è andata bene!”, oppure “non ci ha filato nessuno, ma i commenti facevano ridere”. Poi hanno cominciato a chiedere le metriche dei risultati, a cose fatte; bisogna imparare a fare i report, e con i numeri non si mente. Adesso invece le metriche le vogliono prima: target, area geografica, reach media, engagement rate. Tra un po' chiederanno anche il tasso di conversione, nel senso religioso.

Quindi questa è la parte della vita da influencer che non si racconta...
Come dicono quelli bravi, c'è un'expertise molto precisa. Si tende a far sembrare che sia tutto facile, per dare un'immagine di successo e bella vita, ma non lo è. Molti non ci credono o non capiscono come sia possibile, ma è un lavoro.
Essere influencer è diventato il sogno dei ragazzi, che sognano l'esplosione di successo improvvisa, ma qualcuno deve spiegargli che non tutto va a supervelocità. Bisogna dedicare molto tempo a questa attività, aggiornarsi, e per raggiungere un numero rilevante di follower occorre tempo. Almeno per chi come me non li compra i follower.

Un’immagine dell’intervista con @dio

Sicuro?
Parola di Dio. Però qualche tempo fa ho perso 10mila follower quando Twitter ha deciso di far fuori un po' account fake; sai, quelli che commentano con “please check my profile!” “Great pic!”. Evidentemente li avevano aperti altri (i famigerati troll russi!), e per renderli più credibili avevano deciso di seguirmi. Ma la pressione in questo senso è forte su tutte le piattaforme, si avvicina una fase di selezione.

Il problema riguarda anche le piattaforme social?
Non vedo grandi novità in arrivo, ma anche se ne arrivasse una sarebbe cannibalizzata da Facebook. Bisogna anche fare i conti, è passato un decennio e ho l'impressione che i social abbiano esaurito la loro fase espansiva: quanto tempo possiamo dedicare a Instagram, Facebook, Twitter, LinkedIn? E quanta gente ci si può iscrivere ancora?
Ormai abbiamo una casistica abbastanza ampia dei rischi che si corrono sui social – dal cyberbullismo, alle fake news, ai rischi reputazionali per le imprese (vedi articolo della pagina a fianco) – perciò approcciamo la materia più con circospezione. L'entusiasmo iniziale è stato bello, io personalmente non l'ho mai perso, però non lo rivedremo a quei livelli.

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