Economia

La vecchia Fiat per la prima volta in minoranza

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L'Analisi|politica industriale

La vecchia Fiat per la prima volta in minoranza

Non era mai successo. Il governo italiano predispone un provvedimento contrario agli interessi della Fca. Il meccanismo bonus malus sugli ecoincentivi – più tasse sull'acquisto delle automobili in concessionario sui veicoli più inquinanti che si tradurrà in un prezzo finale maggiore e un beneficio fiscale su quelli meno inquinanti che si tradurrà in un prezzo finale minore – arriva come un siluro a pochi giorni dalla presentazione del piano industriale per l’Italia di FCA basato sulla graduale elettrificazione della gamma prodotta nel nostro Paese e sul non abbandono del diesel da parte della casa automobilistica, fissato in un primo tempo al 2021 e ora invece ricalibrato con tecnologie meno inquinanti.

Il governo Cinque Stelle-Lega ha dunque compiuto una scelta radicale, dissonante rispetto alla tradizione italiana, fatta storicamente di una politica industriale di incentivi diretti e indiretti al produttore nazionale e a ricasco alla sua filiera, di misure di rottamazione in grado di rianimare periodicamente il mercato finale – peraltro con l’effetto di avvantaggiare soprattutto i produttori stranieri, quando gli italiani hanno smesso di comprare sistematicamente Fiat - e di ricorso alla cassintegrazione e ai prepensionamenti – in coerenza con quanto avvenuto per tutto il sistema industriale italiano – per gestire il sottoutilizzo degli impianti. Era sempre andata così. Questa volta non è andata così. Il governo ha adottato un modello che, in Scandinavia, ha rimodellato il parco macchine: questa misura, se dal 1 gennaio diventerà effettiva, contribuirà a svecchiare uno dei parchi macchine più inquinanti, danneggerà una FCA in ritardo sulla costruzione di una gamma a basso impatto ambientale con l'elettrico e con l'ibrido e metterà non poco sotto pressione la componentistica italiana che, sull'elettrico, ha un gap strutturale che è anche l'effetto della sua profonda integrazione con i costruttori tedeschi e con la loro - ora compromessa - primazia nel diesel.

Anche nei periodi di maggiore contrapposizione fra la famiglia Agnelli e i newcomers emersi in cooperazione e competizione con essa – il simbolo è Silvio Berlusconi, il newcomer di maggior successo degli ultimi quarant'anni italiani, che fa fare anticamera all'Avvocato Agnelli a Palazzo Chigi durante il suo primo mandato – i governi hanno sempre – con maggiore o minore precisione, maggiore o minore entusiasmo – aderito alle richieste esplicite e ai bisogni non esplicitati di Torino. Questa volta, non è accaduto. Roma non ascolta e non soddisfa più Torino. Anche perché Torino non è più Torino, ma è Amsterdam-Londra-Auburn Hills. E anche perché a Roma c'è un governo che – in particolare nella componente dei Cinque Stelle – è totalmente al di fuori delle vecchie logiche e dalle antiche consuetudini. Corso Marconi – l’antico quartier generale della Fiat di Vittorio Valletta, degli Agnelli e di Cesare Romiti, un luogo simbolico dell'economia, della società e del potere italiano – non c'è più.

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