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Sardegna, 1,5 miliardi per il rilancio. Ma senza energia può…

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tutti i progetti per ripartire

Sardegna, 1,5 miliardi per il rilancio. Ma senza energia può fermarsi tutto

Da una parte gli investimenti per un totale complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro, dall’altra l’incertezza legata alla questione energetica nel periodo post carbone. Due aspetti che caratterizzano le le aree industriali di Porto Torres e Portovesme dove la manifattura prova a ripartire.

Progetti di reindustrializzazione
Proprio attorno ai due centri sono stati presentati 80 programmi di riconversione e reindustrializzazione che prevedono investimenti per oltre un miliardo di euro e un’occupazione di circa duemila persone distribuite tra manifattura, servizi, ricerca, ristorazione e turismo. Dal Ministero, come chiariscono dalla Regione c’è il via libera (le scorse settimane la firma proprio con la Regione) alla fase che porterà alla sottoscrizione degli accordi di programma e alla successiva apertura degli sportelli per le misure agevolate. Le risorse finanziarie pubbliche ammontano a circa 30 milioni di euro, la restante parte a carico dei gruppi imprenditoriali.

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Porto Torres (Sassari)
La maggiore concentrazione degli investimenti che interessa l’area di Porto Torres riguarda il settore manifatturiero (82%). Seguono le attività di gestione dei rifiuti (6%) e i progetti con finalità di ricerca e sviluppo sperimentale (5%). Circa la metà delle proposte riguarda progetti tra 1,5 e 20 milioni di euro (49% del totale), a cui si associano il 20% degli investimenti e il 34% delle previsioni di nuova occupazione.

Portovesme (Sulcis)
Per quanto riguarda invece il Polo industriale di Portovesme (area che comprende 23 Comuni) sono previsti 21 progetti, investimenti per 381 milioni e 627mila euro e un’occupazione prevista di 1.112 addetti. I progetti sono stati inoltrati da 16 piccole e medie imprese (346 milioni e 627mila euro di investimenti) e da 5 grandi Industrie (35 milioni di investimenti).

Progetti in fase di attuazione
Vale poco meno di mezzo miliardo di euro il programma di interventi in corso e legato alla metallurgia: piombo e zinco, allumina e alluminio primario. Nel primo caso, piombo e zinco, gli interventi sono quelli della Portovesme Srl, controllata dalla Glencore che ha in programma la costruzione della nuova discarica. Proprio venerdì è arrivato il via libera dalla Regione alla Portovesme srl. Il decreto regionale risolve il problema spinoso con cui l'azienda metallurgica ha dovuto fare i conti per anni. L'investimento per la discarica è di 34 milioni di euro. Tra il 2017 e il 2022 gli investimenti sono di 105 milioni di euro.

Vale 160 milioni di euro l’intervento che l’Eurallumina (controllata dalla russa Rusal) porta avanti per riavviare la raffineria di alluminia (i prossimi giorni i passaggi decisivi alla Regione propedeutici per portare avanti il progetto). E vale circa 140 milioni di euro anche il piano di riavvio dell’ex Alcoa, oggi in mano alla svizzera Sider Alloys. Tutte aziende che hanno un forte bisogno di energia.

Il nodo energia
Proprio il nodo energia desta la preoccupazione delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali e di confindustria. E delle stesse aziende. Punto di partenza il decreto sulla cosiddetta decarbonizzazione. E la determina del direttore generale per le Valutazioni e le autorizzazioni ambientali del ministero dell’Ambiente con cui è stata avviata la fase di abbandono dell’impiego del carbone, gas siderurgici e di raffineria, che dovrà concludersi entro il 2025. E con cui si prevede che entro il prossimo 31 gennaio 2019 i gestori delle installazioni interessate debbano presentare la documentazione necessaria al riesame delle Autorizzazioni di impatto ambientale, con cronoprogramma del Piano di fermata definitiva.

La preoccupazione degli industriali
Scenario che preoccupa gli industriali che da tempo chiedono misure per l’energia. «Crediamo che la Sardegna, fino ad ora penalizzata per la mancanza di metano, debba avviare un suo percorso di uscita dal carbone che tenga conto di tale ritardo - dice Alberto Scanu, presidente si Confindustria Sardegna -. È necessario innanzitutto avere certezza sull’arrivo del metano e dell’inserimento della Sardegna nella rete di trasporto nazionale, programmare un forte investimento sulle rinnovabili (con un’accelerazione degli iter autorizzativi) e sulla base di ciò programmare un’uscita graduale dal carbone». Non è tutto. Per Scanu chi non vuole il metano e la sua rete di distribuzione in Sardegna «può essere paragonato chi, muovendosi con una vecchia carrozzina ferroviaria, rifiuta la proposta di realizzazione di una tratta da percorrere con il Frecciarossa (il metano) perché tanto tra trent’anni girerà con una navicella spaziale (fonti rinnovabili)».

L’allarme dei sindacati
Per i sindacati che guardano con preoccupazione al 2025 (data entro cui le centrali di Fiumesanto e Sulcis dovrebbero essere chiuse) «non si tiene conto che la Sardegna svolge un ruolo nel sistema elettrico nazionale di indubbia diversità che va affrontata in maniera differente, così come il precedente Governo in sede di approvazione della Sen (Strategia energetica nazionale) aveva previsto». Per Salvatore Sini della segreteria nazionale Uiltec è «una questione di tempi. Per garantire gli investimenti servono certezze».

La Regione in pressing sul Governo
A parlare di investimenti a rischio è il presidente della Regione Francesco Pigliaru che in una lettera inviata al premier Conte spiega che la Sardegna (che ha sposato la strategia di decarbonizzazione) non può attuare l’uscita anticipata dal carbone senza avere né il metano né le infrastrutture per le energie alternative, strumenti necessari per affrontare la transizione.
«Considerato che allo stato attuale la Sardegna non può avere solo rinnovabili perché avremmo bisogno di turbine a combustibili fossili per compensare il fatto che la fornitura rinnovabile non può essere immessa in rete e gestita su richiesta - scrive il Presidente -, l’accelerazione impressa alla chiusura delle centrali termoelettriche a carbone, senza realizzare contestualmente gli interventi aggiuntivi previsti esplicitamente dalla Sen, metterebbe in ginocchio il già delicato sistema economico dell’isola, in quanto si andrebbe a cancellare il carbone senza chiarire con cosa e come questo verrà sostituito, da qui al 2025». Per Pigliaru «il rischio è che chiudano le fabbriche più grandi, scompaiano numerose piccole e medie imprese e si perdano migliaia di posti di lavoro». Eppoi i progetti in corso «supportati anche da importanti risorse finanziarie assicurate dalla Regione e dal Mise». Un riferimento proprio a Portovesme e Porto Torres. «Si tratta di progetti i cui piani industriali, che prevedono il riavvio di importanti filiere come quella dell’alluminio a Portovesme, o della chimica verde a Porto Torres, verrebbero a essere stravolti in assenza di un’alternativa adeguata all’energia termoelettrica attualmente assicurata dagli impianti a carbone o da altri combustibili diversi dal gas naturale».

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