Economia

L’adesione all’Europa «costa» all’Italia 4,4…

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |CORTE DEI CONTI

L’adesione all’Europa «costa» all’Italia 4,4 miliardi l’anno

(Agf)
(Agf)

L’appartenenza all’Unione europea «costa» all’Italia 4,4 miliardi all’anno, e se si guarda al periodo 2011-2017 il saldo totale pesa per 36 miliardi. Il dato emerge dalla nuova relazione che la Corte dei conti ha appena dedicato a «I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzo dei fondi comunitari». E in tempi di sovranismo è destinato a riaccendere le discussioni sul tema.
È la stessa Corte, in realtà, a spiegare che la contrapposizione fra «contributori netti» e «beneficiari netti» sarebbe «in via di superamento» con la riforma in cantiere insieme al nuovo quadro finanziario pluriennale 2021-2027.

La classifica dei «contributori»
Ma non basta certo questa considerazione a spegnere una discussione che rischia di farsi incendiaria mentre si avvicinano le elezioni di maggio per il Parlamento europeo. Anche perché nel governo italiano è forte il desiderio di mettere il veto al nuovo “bilancio” Ue, e la contestazione sul saldo entrate-spese nella contabilità comunitaria è un cavallo di battaglia difficile da abbandonare. Anche se, spiega ancora la Corte, Germania e Francia (insieme al Regno Unito ora alla porta d’uscita del club) hanno dato più di noi, e in rapporto al reddito nazionale lordo il contributo netto cumulato (i 36 miliardi citati all’inizio) colloca l’Italia al nono posto fra gli sponsor Ue.

Accelera l’uso dei fondi
A incidere sul dare-avere fra Roma e Bruxelles è anche la capacità dell’Italia di spendere davvero i fondi comunitari. E qui le notizie sono agrodolci. I magistrati contabili confermano l’accelerazione impressa nel 2018, e rivendicata a più riprese dalla ministra per il Sud Barbara Lezzi: gli ultimi dati disponibili alla Corte, aggiornati a ottobre, mostrano il cambio di ritmo sia sul versante degli impegni di spesa (arrivati al 32,4% dei 54,2 miliardi disponibili nella programmazione 2014-2020) sia nei pagamenti effettivi (saliti al 12,9%). E dal governo aggiungono che il rush finale di novembre e dicembre ha evitato il rischio di perdere fondi. È un andamento in parte fisiologico, legato alla scadenza di fine 2018 che prevedeva la “tagliola” del disimpegno automatico per la regola N+3. Ma lo stesso rischio cresce sulla vecchia programmazione, sostengono i magistrati contabili, i cui nodi ora arrivano al pettine dei rendiconti

© Riproduzione riservata

commissione europea logo Progetto realizzato con il contributo finanziario della Commissione europea. Dei contenuti editoriali sono responsabili esclusivamente gli autori e il Gruppo 24 Ore