Economia

Dallara, le supercar che fanno sfrecciare le Valli di Taro e Ceno

  • Abbonati
  • Accedi
made in italy

Dallara, le supercar che fanno sfrecciare le Valli di Taro e Ceno

Gian Paolo Dallara
Gian Paolo Dallara

“Nel 1972 abbiamo iniziato qui a Varano de' Melegari in tre: io, un disegnatore e un saldatore. In queste valli per secoli c'era stata la miseria. Mio nonno Luigi era emigrato in America per lavorare nelle miniere di Pittsburgh. Lasciavano tutti le nostre montagne. Diventavano operai, donne di servizio, camerieri. Facevano gli orsanti, gli ammaestratori che portavano gli orsi al guinzaglio nelle piazze e nei circhi, e i rescaldini, incaricati di riscaldare all'alba con il carbone i palazzi dei signori di Parigi e di Milano. La fame nera, no. Non c'è stata. I fiumi e l'agricoltura hanno sempre dato a tutti il minimo sostentamento. La miseria, sì”.

A raccontare il passato della Val Ceno e della Val Taro, due pezzi dell'Appenino Parmense che hanno preso il nome dai loro fiumi, è l'uomo che ne ha costruito il futuro. Giampaolo Dallara, ingegnere classe 1936, è uno degli ultimi grandi vecchi dell'industria dell'auto internazionale. Nel 1972, quando apre nel garage di casa la sua ditta a Varano de' Melegari in Val Ceno, ha già fatto molte cose: nel 1959 è entrato in Ferrari, nel 1962 è passato in Lamborghini dove ha progettato la mitica Miura, nel 1969 ha fatto il suo ingresso nei paddock della Formula Uno con Frank Williams.

Il suo ritorno a casa, 47 anni fa, con la fondazione dell'azienda specializzata nella progettazione e nella produzione di macchine da corsa e di supercar, ha gradualmente trasformato la Val Ceno e la Val Taro in uno dei paradigmi del capitalismo produttivo e dalla comunità civile che, ancora, conferisce sostanza concreta e significato originale al modello italiano, sempre più indebolito nella sue strutture produttive e sempre più sfibrato nel profilo identitario dalla Grande Crisi, dalla fine della globalizzazione e dal vuoto – mai riempitosi – provocato dalla fine della grande impresa italiana, privata e pubblica, del Novecento.

“Negli anni Settanta – racconta Dallara nel suo ufficio – qui non c'erano imprese. Abbiamo selezionato i primi fornitori a Reggio Emilia, dove sulle ceneri del fallimento della Officine Meccaniche Reggiane erano sorte delle piccole aziende, a Parma, dove operavano aziende meccaniche collegate all'agroalimentare, e a Modena, dove esisteva già la filiera della Ferrari. Prima siamo diventati noi una azienda. Poi abbiamo iniziato a stimolare gli artigiani e i piccoli imprenditori di questa valle. Oggi, qui esiste un sistema di fornitura di primissimo livello, che è stato in parte generato da noi e che con noi condivide i valori più profondi del fare impresa e dello stare sul territorio, ma che oggi non è dipendente da noi: chi lavora per Dallara deve fare, con Dallara, non più del 40% del suo fatturato”.

Nel 2012, questi fondovalle e queste montagne ospitavano 17 fornitori della Dallara: nel 2018 sono diventati 28. Allora gli ordini locali erano pari a 3,2 milioni di euro; l'anno scorso sono saliti a 5,6 milioni di euro. Considerando la provincia di Parma, sette anni fa i 132 fornitori ricevevano ordini per 7,5 milioni di euro che, nel 2018, sono cresciuti a 24 milioni di euro. L'innervamento industriale di questo territorio è un elemento della crescita della Dallara, che nell'esercizio 2011-2012 vedeva il fatturato a 55 milioni di euro e il Mol a 11 milioni, due indicatori saliti nell'esercizio 2017-2018 rispettivamente a 106 milioni di euro e a 16 milioni.

Dalla uscita dalla miseria all'approdo, a partire dagli anni Novanta fino ad oggi, al benessere e alla progettualità industriale, si è arrivati grazie a una consistenza manifatturiera rilevante: secondo la banca dati Pablo dell'ufficio studi Unioncamere Emilia Romagna, in Valle Taro-Ceno il 41% del valore aggiunto è concentrato nell'industria in senso stretto, contro il 31% della provincia di Parma e il 19% italiano. Lo stesso accade per il 39% degli addetti, contro il 31% della provincia e il 23% italiano. A Varano de' Melegari il 25% degli addetti lavora nell'auto: nelle due vallate ci si assesta al 7%, contro l'1% dell'intera provincia di Parma.

PERFORMANCE A CONFRONTO
Dati in percentuale. Fonte: Sistema informativo Pablo

Anche la dinamica manifatturiera è significativa: il valore aggiunto dell'industria in senso stretto è aumentato del 5% negli ultimi tre anni (quello dell'intera provincia di Parma del 3% e quello dell'Italia del 2%). Secondo una elaborazione compiuta sui bilanci del 2017, le imprese della Valle Taro-Ceno sono più resilienti: solo il 7% delle imprese ha ridotto sia gli addetti sia il fatturato (contro il 9% della intera provincia e l'11% dell'Italia), mentre il 58% ha aumentato entrambi (il 53% della provincia e il 50% dell'intero Paese). L'elemento interessante è l'innovazione: il 5,6% delle imprese di queste due valli ha brevetti, contro il 4,2% della provincia di Parma e il 2,7% delle imprese italiane.

IMPRESE A CONFRONTO 2017/2016
Imprese resilienti e imprese vulnerabili. Dati in percentuale.

Un altro che è tornato nella sua terra – è di Bardi, ultimo comune della Val Ceno - è Andrea Pontremoli, già ai vertici italiani ed europei di Ibm, dal 2007 amministratore delegato del gruppo e socio di minoranza della famiglia Dallara: “Il meccanismo che abbiamo costruito è sia sociale sia industriale. Dal punto di vista sociale, c'è una affinità di valori e di comportamenti. Abbiamo amore per questa terra. Non è retorica. Molti di noi hanno lasciato grandi metropoli e carriere internazionali per tornare nella nostra terra. Dal punto di vista industriale, il nostro sviluppo è basato su due elementi: prima la crescita interna e, poi, la identificazione di una decina di capofila fra i fornitori nella meccanica, nella carpenteria e nei materiali compositi. Ogni azienda capofila ha la responsabilità del manufatto, anche se non lo produce in toto lei. A sua volta, la capofila può cedere parti della lavorazione fuori. Ma ne è responsabile. All'inizio, compiamo trasferimenti di conoscenza. Alla fine, facciamo il controllo qualità”.

La consistenza tecnologica della Dallara, che può irrorarsi sul resto della valle, è un suo elemento costituito: nel 1983 ha costruito fra queste montagne la prima galleria del vento a tappeto mobile e - nel 2001, una decina di anni in anticipo rispetto alla rivoluzione dell'addictive manufacturing - è stata utilizzata qui la prima stampante a 3D per concepire e realizzare parti dei modelli di auto da corsa, dagli alettoni alla carrozzeria. Prosegue Pontremoli: “La nostra filiera è verticale. La nostra strategia è compatta: operiamo nei confronti dei nostri fornitori come se formassimo tutti un unico gruppo, anche se così non è”. La strategia è appunto da gruppo unico. Ma, anche la infrastruttura managerial-digitale, lo è. In Dallara, per esempio, è stato sviluppato da una software house della valle un sistema gestionale – l'acronimo è BoM (Bill of Material) Manager – che è stato poi adottato da altre aziende della Val Ceno.

Il meccanismo sociale e industriale che ha trasformato radicalmente questo pezzo d'Italia è basato non solo sul trasferimento di conoscenza tecnologica, ma anche sulla formazione. A Varano de' Melegari, a fianco della fabbrica sorge la Dallara Accademy, il lascito personale di Giampaolo Dallara che ospita, oltre alla esposizione delle macchine da lui disegnate, il corso di laurea magistrale in racing car design della Motovehicle University of Emilia Romagna. E a Fornovo di Taro si trovano l'istituto tecnico Gadda, destinato agli adolescenti, l'istituto tecnico superiore (due anni post diploma) e la struttura di coordinamento – animata da aziende e enti di formazione - chiamata Innovation Farm che ha una specializzazione anche nell'addictive manufacturing, nelle macchine a controllo numerico e nei materiali compositi. “Ogni anno escono da qui 300 ragazzi – spiega la coordinatrice dell'Innovation Farm, Giulia Carbognani – che vanno in una sessantina di aziende. Lavorare sul capitale umano ha un effetto positivo su tutto il sistema: in un passaggio segnato da una drammatica carenza di profili tecnici, le prime classi dell'istituto tecnico sono salite da 80 a 150 allievi e gli iscritti al primo anno del liceo di scienze applicate, sempre al Gadda, sono stati 50”.

In fondo, l'Italia del secondo dopoguerra – dal Boom agli anni Ottanta della sostituzione di uomini con macchine e software – è stata fatta da periti industriali e da ingegneri. Nessuno va più via dalla Val Ceno e dalla Val Taro. In tanti sono tornati qui. Per il lavoro, per il benessere e anche per quello strano senso di una comunità, insieme industriale e civile. In Italia, nonostante l'Italia.

© Riproduzione riservata