Economia

Dote da oltre 330 miliardi per ridurre le distanze tra Paesi

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La politica di coesione Ue nel post-2020

Dote da oltre 330 miliardi per ridurre le distanze tra Paesi

«Nessuna comunità potrà sopravvivere né avrà senso per i popoli che ne fanno parte finché alcuni avranno standard di vita molto diversi e avranno motivo di dubitare della comune volontà di tutti di aiutare ciascuno Stato membro a migliorare le condizioni di vita della propria gente». È tutto in questa affermazione pronunciata nel 1976 dal primo commissario europeo alle Politiche regionali, il britannico George Thomson, il senso di una delle azioni più importanti dell’Unione europea, la politica di coesione regionale il cui obiettivo è appunto quello di migliorare i livelli di benessere delle aree più povere degli Stati membri, trasferendo risorse dalle aree più ricche a quelle in ritardo di sviluppo. Una convergenza e un benessere diffuso il cui valore aggiunto dovrebbe essere in grado di portare benefici a tutta l’Unione.

Il Parlamento ha chiesto più risorse

Nel passaggio di consegne al nuovo Parlamento che uscirà dalle elezioni del 26 maggio uno dei dossier più rilevanti è proprio quello della politica di coesione che - con circa 330 miliardi di euro a prezzi 2018, nella proposta della Commissione - rappresenta un terzo delle spese del bilancio europeo e, nel prossimo periodo di programmazione 2021-2027, diventerà il primo capitolo scavalcando - sia pure di poco - l’agricoltura, da sempre principale voce di spesa. Gli eurodeputati devono approvare la proposta di regolamento presentata nel 2018 dalla Commissione europea, prima del voto finale in Consiglio. Nel dibattito che si è concluso con un primo via libera in plenaria a Strasburgo a febbraio scorso, è stata approvata una serie di emendamenti al «Regolamento con le disposizioni comuni» (o Cpr nell’acronimo inglese) che rafforzano il ruolo della politica di coesione, a cominciare dalle risorse, che secondo il Parlamento non dovrebbero subire riduzioni rispetto al periodo attuale 2014-2020 e quindi dovrebbero aumentare fino a 378 miliardi di euro. Eliminata anche, a sorpresa, la clausola della macrocondizionalità che vincolava l’erogazione dei fondi alla regioni al rispetto, da parte dei rispettivi Stati, degli impegni macroeconomici concordati con la Ue.

Come sono assegnati i fondi

Il Cpr, dunque, è lo strumento che regola la gestione di una grande operazione di redistribuzione di ricchezza per verso le regioni più povere, vincolando le risorse a obiettivi comuni attraverso la realizzazione di interventi in grado di innescare cambiamenti strutturali nelle economie. Sono i «fondi europei» o «fondi strutturali», appunto, che provengono dai contributi degli Stati membri al bilancio europeo e giocano il ruolo di acceleratori di sviluppo nelle aree più arretrate, in una logica di “coesione”, per fare in modo che, insieme, tutti possano stare meglio.

Le risorse, provenienti dal bilancio Ue sono assegnate a ciascuno Stato membro in base ai suoi bisogni. Il principio base, dunque, è e resta il reddito procapite. Per il 2021-2027, tuttavia, è stato rafforzato il ruolo del mercato del lavoro, del sistema educativo e della demografia e sono stati introdotti altri due coefficienti: cambiamenti climatici e integrazione dei migranti. Gli Stati poi decidono, all’interno dei paletti stabiliti nel regolamento, come distribuirli alle regioni che li spendono con i programmi operativi regionali (Por). In alcuni casi i programmi sono nazionali (Pon) e vengono gestiti dai ministeri e dall’Agenzia per la Coesione territoriale: riguardano interventi sulla sicurezza, la scuola, i beni culturali, le imprese, la ricerca, le grandi aree urbane, il lavoro.

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Redistribuzione e cofinanziamento

Alle regioni meno sviluppate è destinata la maggior parte delle risorse, proprio nella logica di trasferimento, tanto che in passato questo gruppo di regioni era definito «della convergenza». In termini pro capite, a questa categoria di regioni andranno 200 euro all’anno contro i 37 euro delle regioni più sviluppate. Si definiscono «meno sviluppate» le regioni il cui Pil pro capite è inferiore al 75% della media Ue, mentre sono «più sviluppate» quelle sopra il 100%. In mezzo, le regioni «in transizione», categoria che nella prossima programmazione sarà più ampia. Ne faranno parte, infatti, le regioni il cui reddito pro capite si colloca tra il 75 e il 100% della media Ue mentre nell’attuale programmazione la forchetta è 75-90 per cento.

Il carattere redistributivo della politica di coesione è rafforzato dal cofinanziamento degli Stati membri, obbligati ad affiancare le risorse europee con investimenti nazionali: l’intervento nazionale, non necessariamente pubblico, è significativamente più alto nelle regioni più ricche.

Questo articolo è tratto dall’instant book L'Europa che votiamo, in edicola fino al 10 maggio con Il Sole 24 Ore.

 

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