Economia

Arrestato Rebrab, l’uomo che sognava il rilancio di Piombino

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SIDERURGIA

Arrestato Rebrab, l’uomo che sognava il rilancio di Piombino

Dal sogno italiano all’arresto. Issad Rebrab, l’uomo d’affari algerino che ha prima incantato (fu nominato uomo dell’anno, ) e poi tradito Piombino (i cartelli con la scritta «merci Rebrab» a quel punto divennero un meme) ora rischia guai seri. L’imprenditore nordafricano, l’uomo più ricco d’Algeria, è stato arrestato nei giorni scorsi insieme ad altri quattro uomini d’affari algerini (appartenenti alla famiglia Kouninef), nell’ambito di un’indagine che vede coinvolte 51 persone. Tra i capi d’accusa, il sospetto di sovrafatturazioni e false comunicazioni relative al trasferimento dei capitali all’estero. La decisione è arrivata dopo che, nelle scorse settimane, il generale Gaid Salah (a capo di una giunta militare che ha destituito Abdelaziz Bouteflika, dopo le proteste di massa provocate dall’annuncio di un suo quinto mandato) aveva auspicato che venissero perseguiti i membri corrotti dell’elite dominante.

La famiglia Kouninef è considerata vicina a Bouteflika, ma Rebrab, che guida il gruppo Cevital e controlla anche un giornale, Liberté, si è sempre presentato come una vittima del regime del presidente, e anche le difficoltà incontrate dall’uomo d’affari nel portare a compimento il piano industriale di Piombino, negli ultimi anni, erano state da molti osservatori giustificate, oltre che con la sua incompetenza (l’imprenditore non ha alcuna esperienza nel settore siderurgico), con la difficoltà a utilizzare il proprio patrimonio, immobilizzato all’interno dei confini algerini. «Teniamo a sottolineare - ha precisato Cevital in una nota - che non si tratta, come qualcuno ha lasciato intendere, né di un caso di corruzione né di distrazione, né di spreco di denaro pubblico. Simili pratiche
- aggiunge la società - sono contrarie alla nostra etica e ai nostri valori. Lo stesso Rebrab, nei giorni scorsi, aveva negato ogni accusa affermando su twitter che «il nostro gruppo, al pari del popolo algerino, è una vittima del sistema e della
sua mafia economica».

Rebrab era entrato a gamba tesa nella procedura per la cessione della ex Lucchini di Piombino nell’autunno del 2014, quando ormai sembrava scontato che l’acciaieria sarebbe stata chiusa, visto che gli indiani di Jindal south west, unica realtà interessata al bando, avrebbe rilevato solo i tre laminatoi. Il piano algerino, da un miliardo di euro, prevedeva piena occupazione per tutti i 1.900 addetti con la costruzione di due nuovi forni elettrici (al posto dell’altoforno, in via di spegnimento) e prospettive di ulteriore sviluppo grazie allo sviluppo del porto a supporto dell’attività di trasformazione agroalimentare (raffinazione di zucchero, confezionamento) vero core business di Cevital. La prospettive di potere garantire la pace sociale a Piombino (il piano di Jsw avrebbe assorbito a malapena 700 persone) prevalse e Rebrab, definito da chi l’aveva conosciuto «simile a un imprenditore italiano degli anni Cinquanta», ritenuto forse un po’ ingenuo ma onesto, e soprattutto dotato del patrimonio necessario a sostenere magari non un piano da un miliardo ma un rilancio del sito, quello sì (era o non era l’uomo più ricco d’Algeria, il distributore di Fiat per l’area del Maghreb) fu portato in trionfo dai lavoratori.

La luna di miele durò poco. In questi anni il progetto di rilancio della ex Lucchini, ribattezzata Aferpi (Acciaierie e ferriere di Piombino, la ragione sociale è rimasta identico anche dopo il defenestramento di Cevital) non è mai decollato. Rebrab ha pagato incertezza strategiche, incapacità a scegliersi i collaboratori, diffidenza dell’establishment italiano. Una situazione che ha amplificato le diffic0ltà nell’accesso al credito di Cevital, sorte immediatamente con il blocco delle esportazioni di capitali decisa dall’allora Governo algerino. Sospesa nel limbo dell’incertezza per mesi, la vicenda Aferpi è stata risolta con una denuncia per inadempimento da parte del ministero dello Sviluppo, fino al «divorzio consensuale» realizzato grazie alla cessione delle quote a Jindal, nel frattempo ritornato ad approcciare il dossier con un piano che, valutata anche il mutato contesto di mercato e congiunturale, prevede l’ipotesi di riavvio dell’area a caldo con conseguenti prospettive occupazionali per tutti i lavoratori.

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