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Imprese, è boom di società benefit nell’anno del Covid-19

In aprile erano a quota 926 in Italia. La Lombardia al primo posto con 316 aziende poi Lazio (117) ed Emilia (96). Le differenze con le B Corp

di Vitaliano D'Angerio e Daniela Russo

(tashatuvango - stock.adobe.com)

3' di lettura

Quota mille sempre più vicina per le società benefit italiane. Ad aprile erano 926, quasi il doppio rispetto a un anno prima (511 al 31 marzo 2020- fonte Infocamere). Non c’è regione della penisola che non presenti almeno una realtà produttiva caratterizzata dalla forma giuridica introdotta dalla legge entrata in vigore nel 2016 e che individua le imprese che perseguono il profitto e, allo stesso tempo, il bene comune. In Lombardia sono 316, sul podio anche Lazio (117) ed Emilia Romagna (94). In coda Molise e Valle d’Aosta (1), Basilicata (4) e Calabria (5).

«I numeri raggiunti dalle società benefit in Italia – spiega Mauro Del Barba, presidente Assobenefit – sono tanto significativi da portare in evidenza il raddoppio anno su anno, ma un’analisi attenta dello storico, a partire dal 2016, dimostra che la crescita rappresenta una costante. Siamo partiti con l’adozione di questa forma giuridica da parte di imprese che la consideravano un vero e proprio vestito su misura, con la trasformazione di due imprese a settimana. L’anno dopo si contavano 200 realtà lungo tutta la penisola, grazie a una seconda ondata frutto di una campagna di sensibilizzazione importante».

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Dello stesso parere anche Jean-Daniel Regna-Gladin, partner dello studio legale Pedersoli ed esperto del settore: «Quello delle società benefit è un fenomeno sempre più rilevante. Praticamente ogni giorno vi è l’annuncio di una società che ha acquisito questa nuova veste giuridica. Talvolta si tratta di realtà più piccole, altre anche di dimensioni significative».

Società benefit e obblighi

La legge del 2016 ha fatto dell’Italia il primo Stato al mondo ad avere introdotto società «che nell’esercizio di una attività economica – si legge nel testo di legge – oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile». La società benefit deve indicare, nell’ambito del proprio oggetto sociale, le finalità specifiche di beneficio comune che intende perseguire ed è tenuta a redigere ogni anno una relazione relativa ai progressi fatti, da allegare al bilancio.

La relazione comprende tra l’altro la descrizione degli obiettivi, delle modalità e delle azioni attuate dagli amministratori per il perseguimento del bene comune e delle eventuali circostanze che lo hanno impedito o rallentato.

«Due i grandi cambiamenti che intervengono nella vita di una società con il passaggio alla forma giuridica benefit – spiega Del Barba –. Il primo: per statuto vengono individuati obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale, con ricadute dirette sulla responsabilità degli amministratori. Il secondo è relativo agli obblighi formali che la società assume, con la presentazione della relazione annuale sugli obiettivi di bene comune che deve obbligatoriamente contenere una valutazione di impatto. Il compito di vigilare affinché non si faccia un uso ingannevole degli strumenti spetta all’Antitrust».

Benefit e B Corp

Sono 123, invece, le B Corp italiane e danno lavoro a 14.146 persone. Nel mondo sono 4.000 le aziende dotate della certificazione promossa dall’ente non profit B Lab, che verifica e assicura che un’impresa operi secondo alti standard di performance sociale e ambientale.

Società benefit e certificate B Corp, pur complementari, sono in realtà distinte. In entrambi i casi si fa riferimento ad aziende profit che hanno scelto di perseguire obiettivi di bene comune ma si differenziano sotto diversi aspetti. Lo status giuridico società benefit permette alle aziende di includere nell’oggetto sociale la creazione di valore per tutti gli stakeholder, ufficializzando l’impegno nel perseguire obiettivi di bene comune.

Le B Corp, a seguito dell’ottenimento di un punteggio elevato nella misurazione del loro impatto, ottengono la certificazione che ne garantisce l’operato incentrato sui più alti standard di performance sociale e ambientale.

«Per mantenere la certificazione – sottolinea Paolo Di Cesare, co-founder Nativa – è richiesto alle B Corp di trasformarsi in società benefit entro un anno, lì dove è presente una legge di riferimento, in caso diverso di modificare lo statuto».

L’attenzione alla sostenibilità da parte delle imprese è destinata a crescere, con effetti diretti sul tessuto produttivo. «Stiamo vivendo una trasformazione equivalente alla rivoluzione agricola o a quella industriale – racconta Eric Ezechieli, co-founder Nativa -. La sostenibilità sarà il più importante driver dello sviluppo dell’Ue dei prossimi decenni, siamo solo all’inizio».

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