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Imprese e Made in Italy: oltre al nome serve una nuova visione

Il nuovo Mimit (ministero dell’Impresa e del Made in Italy) segna l’ultimo tentativo di ricondurre il sostegno pubblico alle imprese esportatrici e investitrici a una vera cabina di regia (termine forse troppo spesso evocato con modesti risultati).

di Fabrizio Onida

3' di lettura

Domanda: cambiare nome a un ministero serve a meglio definirne i compiti, ridisegnarne il rapporto con il resto della squadra di governo a vantaggio dell’efficienza complessiva del sistema, rilanciare la motivazione e la dedizione del personale, in una parola potenziare l’efficacia dell’azione di governo nella politica economica estera con particolare riguardo alla competitività internazionale del Paese? È una delle non piccole sfide sul tavolo del neonato governo.

Il nuovo Mimit (ministero dell’Impresa e del Made in Italy) segna l’ultimo tentativo di ricondurre il sostegno pubblico alle imprese esportatrici e investitrici a una vera cabina di regia (termine forse troppo spesso evocato con modesti risultati). Una cabina sotto l’ormai collaudata vigilanza della Farnesina (ministero degli Affari esteri e della Cooperazione economica), ma con la piena partecipazione del personale e dei dirigenti che in un tempo ormai lontano dipendevano dal ministero del Commercio estero, successivamente dal Ministero dell’Industria e dello Sviluppo economico (Mise). Il braccio operativo del vecchio Ice, anch’esso da tempo ridenominato Ita (Italian trade agency) resta al centro del sistema, beneficia di una struttura alquanto snella: circa 600 italiani di ruolo, di cui 100 a capo di 60 uffici e 15 punti di corrispondenza all’estero (alcuni ospitati in ambasciata) e circa 450 addetti all’estero non di ruolo con contratto di lavoro locale. Rispetto a un decennio fa, gli addetti sono stati ridotti di circa un quinto e hanno beneficiato di un certo ringiovanimento.

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Anche sulla scorta di una mia personale esperienza a capo dell’Ice in anni ormai lontani (un periodo alquanto turbolento terminato agli inizi degli anni 2000), provo a delineare tre aspetti critici da cui credo dipenderà la risposta alla domanda posta all’inizio.

1 Va confermata e arricchita una integrazione sempre maggiore tra cultura diplomatica e cultura economico-commerciale che poggia su servizi alle imprese protagoniste degli scambi commerciali e degli investimenti diretti all’estero. Va nettamente favorita la partecipazione dei dirigenti Ice a momenti come gli staff meeting in ambasciata, spesso più utili dei paludati comitati inter-ministeriali. L’Ice soffre ancora, anche se assai meno che in passato, di una lunga storia di separazione, se non di diffidenza, fra queste due anime. Per fornire efficienti servizi alle imprese, particolarmente ma non esclusivamente di piccola o media dimensione che cercano una stabile penetrazione dei mercati, serve in combinazione con la cultura politico-diplomatica una genuina cultura merceologica-settoriale-tecnologica-di marketing. La fitta rete di uffici Ice all’estero rappresenta un autentico vantaggio comparato per le nostre imprese quando necessitano di informazione specialistica e analisi dei mercati, di appoggio organizzativo per partecipare fruttuosamente a fiere e missioni, di contatti con istituzioni e imprese locali, di assistenza legale per la difesa di marchi-brevetti e la soluzione di controversie col governo locale. A ciò si aggiunga sempre più frequentemente il contributo che il personale di Ice-ambasciate-consolati, sperabilmente avvalendosi di informazioni e contatti con banche ed esperti presenti sul territorio, può dare nella ricerca di aziende e soggetti esteri adatti per entrare nelle catene di fornitura che fanno capo al gruppo produttivo in Italia.

2 Va garantita una coerenza tra promozione nazionale e iniziative di promozione regionale-territoriale, evitando iniziative che trasmettono all’estero una sovrapposizione confusa di immagini del made in Italy. Congiuntamente con le Regioni, la rete delle Camere di commercio (che in Paesi come la Germania e simili di cultura anglosassone esercita una forte rappresentanza delle imprese nazionali sui mercati esteri), può promuovere e agevolare l’incontro diretto fra gli operatori, nonché contribuire all’attrazione degli investimenti diretti in Italia, ma sempre con attenzione verso le maggiori iniziative promosse dal governo nazionale.

3 La selezione e formazione del personale dirigente, in particolare quando viene assegnato alle sedi estere, è di cruciale importanza per rispondere efficacemente ai bisogni delle imprese e valorizzare al massimo la complementarietà col personale diplomatico. Vanno studiati meccanismi di premialità basati sul merito, avvalendosi anche di sondaggi di valutazione delle imprese che si sono rivolte ai servizi di Ice e ambasciate.

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