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Imprese emiliane più aperte a manager esterni

di Ilaria Vesentini

2' di lettura

Una manifattura a fortissima connotazione familiare, con capitani d’azienda saldi al comando anche dopo i 70 anni, ma più aperti ad apporti manageriali esterni: è lo spaccato delle imprese familiari emiliano-romagnole che l’Osservatorio AUB ha realizzato per il Sole-24 Ore, rielaborando i dati del XIII Rapporto annuale.

Dall’analisi degli assetti proprietari emerge infatti che, sul totale delle attività, lungo la via Emilia l’incidenza delle aziende familiari è leggermente inferiore alla media (63,6% in regione contro 65,7% in Italia) perché è molto più presente la formula cooperativa (13,3%, oltre due volte il dato nazionale del 5,3%), ma se si restringe il fuoco sulle imprese manifatturiere, ecco che il peso della famiglia schizza nella terra dei distretti industriali 8 punti sopra la media: 52,1% in Emilia-Romagna contro 44,2% in Italia.

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Si tratta, più che in altre regioni d’Italia, di aziende in mano alla prima generazione di imprenditori, perché i leader over 70 sono il 32,1% del totale, contro il 27,8% della media italiana e la presenza di consiglieri giovani in Cda è confinata a neppure un’azienda su quattro (il 24,3% delle aziende emiliano-romagnole ha un esponente under 40, contro il 27,6% nel Paese). Un dato compensato dalla maggiore presenza di membri esterni in Cda (nel 63,5% dei casi, contro il 61,4% di media nazionale) e una maggiore apertura alla donne (da Piacenza a Rimini il 41% delle aziende ha Cda solo “maschili” contro il 44% della media nazionale).

«Il modello familiare funziona, in tutta Italia ha retto meglio degli altri assetti proprietari alla crisi pandemica. Le preoccupazioni sono per il futuro, non per il presente», sottolinea Fabio Quarato, docente di Corporate governance all’Università Bocconi e managing director della Cattedra Aidaf-EY di Strategia delle Aziende familiari e coordinatore dell’Osservatorio AUB. «La maggiore presenza di leader anziani nelle aziende emiliano-romagnole, soprattutto nelle realtà medio-piccole, ci dice che si tratta perlopiù degli stessi fondatori – spiega Quarato – e se oggi è sinonimo di stabilità e coesione, domani sarà un problema quando si affronterà il passaggio generazionale».

I dati di Aidaf (Italian family business) e Bocconi ci dicono che solo il 15% delle aziende familiari italiane arriva alla terza generazione (non solo per passaggi di testimone fallimentari ma anche per ragioni di mercato) e anche le imprese gestite da leader ultrasettantenni performano peggio di quelle in mano a manager e imprenditori più giovani. «Se un imprenditore resta in sella fino ai 75-80 anni significa oltretutto che non c’è spazio per la seconda generazione e si passa direttamente alla terza e questo rende il passaggio più complesso, delicato e rischioso», commenta Quarato.

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