Garbugli legislativi

Imprese in rivolta sulla responsabilità per il contagio. Patuanelli: «Governo e Parlamento dovranno occuparsene»

di J.G.

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5' di lettura

Stefano Patuanelli cerca di placare il disagio degli imprenditori, che si sono visti, a causa di un combinato fra un decreto legge e una circolare Inail, ad essere responsabili penalmente qualora un loro dipendente, per qualsiasi causa, si ritrovasse contagiato dal Covid 19. A Radio 24 infatti il ministro dello Sviluppo economico ha detto che «Le imprese che rispettano il Protocollo di sicurezza e consentono ai dipendenti di lavorare in sicurezza non possono rispondere dei contagi in casi che non possono essere dimostrati come maturati all'interno dell'azienda, credo che questo sia un principio sacrosanto. Governo e Parlamento dovranno occuparsene». «Quella degli imprenditori è una preoccupazione giusta - ha aggiunto Patuanelli - ora procediamo con i nuovi protocolli. Stiamo ultimando gli ultimi protocolli per i lavoratori, ma anche per gli imprenditori».

La preoccupazione degli imprenditori

Ma da dove nasce il problema? Lo sconcerto degli imprenditori di tutta Italia senza distinzioni di zone o di categorie riguarda un combinato-disposto fra un decreto legge e una circolare. In sostanza, la somma fra il decreto (articolo 42, comma 2, decreto legge 17 marzo 2020 n. 18, il cosiddetto Cura-Italia) e una circolare dell’Inail del 3 aprile dice: se una persona con un lavoro dipendente viene contagiata da coronavirus, ne è responsabile civile e penale l’azienda per cui lavora. Sotto processo finisce l’impresa ovunque sia avvenuto il contagio. Sotto processo l’impresa qualunque sia il grado di tutela adottata, compresa l’adesione totale non solamente alle norme e ai protocollo sanitari ma perfino all’entusiasmo volontaristico di chi vuole aggiungere sicurezza a sicurezza.

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Già nei giorni scorsi Giuseppe Pasini, l’imprenditore siderurgico al vertice dell’associazione degli industriali Aib di Brescia, aveva lanciato l’allarme. Oggi gli imprenditori si chiedono perché questo accanimento proprio in un periodo in cui tutte le aziende hanno sofferto e annaspano per rimanere a galla.

Qualche dato sugli effetti del virus tra chi lavora. I contagi denunciati all’Inail tra la fine di febbraio e il 4 maggio sono 37.352, quasi novemila in più rispetto ai 28.381 registrati dalla prima rilevazione del 21 aprile. I casi mortali sono 129, cioè 31 in più rispetto al drammatico censimento precedente. Se i contagi toccano soprattutto le donne (71,5%) il virus uccide soprattutto uomini (82,2%).

Ma (attenzione) il 73,2% delle denunce e quasi il 40% dei casi mortali di coronavirus riguardano il settore della sanità e assistenza sociale. Ne sono rimasti colpiti soprattutto infermieri, medici e altre persone cui gli italiani hanno attribuito entusiasti applausi solidali. E quando si è trattato di essere solidali con il personale esposto al contagio, giustamente è stato riconosciuto loro l’infortunio sul lavoro con un risarcimento Inail veloce e duraturo rispetto alle condizioni di malattia riconosciute dall’Inps.

Il problema è nato con quella formula del combinato e disposto, il sommarsi del decreto e della circolare Inail. La solidarietà anche assicurativa ed economica espressa dall’Inail a chi lavora nella sanità, dove l’esposizione al virus è un terribile incidente nello svolgimento delle mansioni, ora viene estesa a chiunque abbia una busta paga. Indipendentemente dal tipo di mansione e dal luogo del contagio.

Le testimonianze


Madel: «In tre mesi zero contagiati, i veri rischi fuori dalla fabbrica»

«Chi ha scritto questa norma assurda si assumerebbe un’analoga responsabilità per la propria famiglia e sarebbe pronto a finire in carcere in caso i suoi si contagiassero? Noi in Madel produciamo disinfettanti e detergenti da 43 anni, in questi due mesi non abbiamo mai interrotto la produzione e nessuno dei nostri 135 dipendenti si è mai ammalato, anche perché abbiamo introdotto da subito tutte le misure di sicurezza, sanificazione, distanziamento. In base alla logica del legislatore mi aspetto di dover finire in galera perché un mio dipendente si fa male andando in bici la domenica». È basito Giacomo Sebastiani, vicepresidente e azionista di Madel, azienda di Cotignola (Ravenna) più nota per il marchio Winni's. «Abbiamo anche stipulato una polizza integrativa in caso di contagio da Covid-19 per tutti i nostri dipendenti – aggiunge - e l’assicurazione non prevede, in caso di malattia, che dimostrino di aver contratto il virus lavorando». (I.Ve.)

Gruppo Mirato: «La malattia come infortunio è un’aberrazione logica»

«Mettere le aziende con le spalle al muro e considerare che chi si ammala lo fa in azienda è un’aberrazione logica»: lo dice senza mezzi termini Fabio Ravanelli, a capo del Gruppo Mirato. Per i 450 addetti dei tre stabilimenti, tra Piemonte e Liguria, la Mirato – che gestisce brand come Malizia, Breeze e I Provenzali – ha predisposto test sierologici a tappeto. Circa il 10% è risultato positivo con anticorpi del virus, ma i tamponi realizzati hanno dato esito negativo. Negli stabilimenti si lavora su due o tre turni e con lo smart working per gli amministrativi. «Sono per il massimo livello di sicurezza – sottolinea Ravanelli, che guida anche Confindustria Piemonte –, non possiamo permetterci un secondo lockdown. Le aziende si sono attrezzate, il paradosso è che lavorare in stabilimento è più sicuro che andare a fare la spesa, eppure il Covid viene considerato un infortunio e l’imprenditore si accolla un un rischio che non dipende da lui». (F.Gre.)

Hotel Leonardo: «In albergo abbiamo stoppato la ristorazione»

Meglio non riaprire le cucine per non correre rischi. Questa la decisione sofferta di Giancarlo Barocci, titolare dell’Hotel Leonardo, albergo a Cesenatico e presidente dalla locale associazione degli albergatori. «Aprire offrendo la tradizionale pensione completa è un grosso rischio. Moltiplica le occasioni di contagio perché richiede più personale e gli ospiti trascorrono più tempo in hotel» spiega preoccupato per le conseguenze della responsabilità penale in caso di contagio Covid 19. In alternativa ha così deciso di ricorrere a voucher e convenzioni con ristoranti, chioschi e piadinerie della zona in cui gli ospiti potranno ritirare le pietanze da consumare nella sala da pranzo che «verrà sempre sanificata» dell’hotel o in camera. «Offriamo la possibilità di fare colazione in camera mentre il pranzo si può consumare nel bagno convenzionato, sotto l’ombrellone. Così si lavorerà in perdita a causa dei costi sanitari maggiori e con pochi clienti». (E.N.)

Ultraflex: «Inaccettabile affrontare cause penali senza colpa»

«Equiparare il covid a un infortunio sul lavoro sembra il modo trovato dal Governo per creare un incentivo forte per far rispettare il protocollo di sicurezza. Ma è un modo sbagliato: un imprenditore non può rischiare una condanna penale perché un dipendente ha contratto il virus». A sostenerlo è Piero Gai, alla guida del gruppo Ultraflex, con quattro aziende in Italia, una negli Usa e 250 addetti. «Fino a ieri – afferma Gai – uno che si ammalava di morbillo in azienda era considerato in malattia. Non si capisce perché il covid debba essere un infortunio. Specie se l’azienda applica, e noi lo abbiamo fatto da prima che divenisse obbligatorio, tutte le norme previste dal protocollo firmato coi sindacati. Bisogna usare altri mezzi per controllare che un’azienda agisca correttamente , non trasformare una malattia in infortunio, tra l’altro con una norma non chiara: non si capisce a chi spetti provare se il lavoratore ha contratto il covid in azienda o all’esterno». (R.d.F.)

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