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Imprese salvate dai lavoratori: in tre anni riavviate 71 Pmi

Il fenomeno wbo non è nuovo nel nostro Paese, ma negli ultimi tre anni ha subito una decisa accelerazione, come certifica il Rapporto di attività Cfi-Cooperazione Finanza Impresa

di Giovanna Mancini

Le medie imprese battono la crisi e corrono piu' del Pil

4' di lettura

C’è la piccola cooperativa in provincia di Rovigo, il Centro Moda Polesano, che dal 1962 realizzava abiti per l’alta moda e che in piena pandemia è stata salvata dal fallimento dalle sue operaie, 22 donne che si sono reinventate imprenditrici e hanno iniziato a produrre mascherine e camici ospedalieri. O il supermercato aperto a Frosinone, anch'esso in piena pandemia, da tre ex dipendenti dell'unico punto vendita Coop, chiuso nel 2019, che ora conta dieci lavoratori e gode di ottima salute.

Il fenomeno del workers buyout (ovvero dei lavoratori di un'azienda in crisi che ne rilevano le quote per rilanciarla) non è nuovo nel nostro Paese, ma negli ultimi tre anni ha subito una decisa accelerazione, come certificano i dati relativi al triennio 2019-2021 raccolti nel Rapporto di attività Cfi-Cooperazione Finanza Impresa, la finanziaria partecipata dal ministero per lo Sviluppo economico che gestisce le risorse stanziate a favore della nascita e dello sviluppo di imprese cooperative.

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Wbo per 32 milioni di euro

Gli interventi di Cfi nel periodo considerato sono stati 115, per un valore totale di 32 milioni di euro e 77,4 milioni di euro di impieghi. Di questi, il 62% ha riguardato i workers buyout (wbo), con un valore complessivo di quasi 16,2 milioni, contro i 12,2 milioni del triennio 2016-2018. La pandemia ha sicuramente influito in questo incremento, come dimostra la crescita degli interventi complessivi nel triennio: nel 2019 gli interventi sono stati 30 (per 5,3 milioni di euro), saliti a 55 nel 2020 (e un valore di 13,2 milioni), mentre nel 2021 sono tornati a 30, ma con un valore decisamente superiore: 14,1 milioni di euro.

La ragione è chiarita dall'amministratore delegato di Cfi, Camillo De Berardinis: «È stato un triennio complesso ma, indipendentemente dal Covid, l’accellerazione sul numero e sul valore degli interventi è frutto anche delle modifiche apportate dal governo agli strumenti per sostenere le cooperative e i workers buyout».

In particolare, nel 2019 è stata realizzata la fusione per incorporazione tra Cfi e Soficoop, l’altra finanziaria legata alla legge Marcora, a sostegno delle politiche di salvaguardia dell’occupazione attraverso il recupero delle aziende in crisi. Questa concentrazione delle risorse ne ha consentito un migliore e più rapido utilizzo e a questo si è aggiunto un aumento importante dei fondi stanziati nel corso del 2020, per un totale di 45 milioni di euro complessivi per rifinanziare la nuova Marcora.

Successo del modello societario cooperativo

I numeri testimoniano anche la validità del modello societario cooperativo che, sottolinea De Berardinis, «anche nei momenti di crisi è in grado di garantire sviluppo e occupazione». Dal 1986 (anno della sua istituzione) al 2021, infatti, Cfi ha finanziato 560 cooperative, di cui 317 workers buyout, con investimenti per oltre 303 milioni di euro, che hanno contribuito a salvaguardare e creare oltre 25mila posti di lavoro, di cui più di 9.600 nei wbo. E le nuove realtà imprenditoriali hanno dimostrato capacità competitiva, dato che solo il 10% di esse non è sopravvissuto.

I settori interessati a questo fenomeno sono tutti quelli della manifattura, mentre a livello territoriale si rileva una maggiore concentrazione degli interventi nelle regioni dove la tradizione cooperativa è più radicata, come Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Toscana, anche se aumentano i casi nel sud del Paese e nel centro.

La crescita di Fail

Come quello di Fail, impresa del settore infissi e serramenti con sede in provincia di Perugia, rilevata dai dipendenti nel 2014 e allora progetto pilota in Umbria. In questi otto anni, spiega il presidente Roberto Moretti, è cresciuta molto, «grazie soprattutto agli investimenti in tecnologia e brevetti, anche in collaborazione con università e centri di ricerca». Oggi la coop ha un fatturato di circa 15 milioni di euro e 40 dipendenti. Proprio questa settimana completerà il riacquisto del terreno su cui sorge si prepara alla fase due: «Vogliamo sviluppare nuovi brevetti anche per diversificare la produzione - spiega Moretti -. Abbiamo inserito cinque ragazzi per formare le nuove competenze e preparare anche il passaggio generazionale».

Il rilancio di Cores Italia

In crescita anche i numeri dell’emiliana Cores Italia, 74 dipendenti, specializzata nella produzione di porte per la grande distribuzione dell’arredo. Avviata nel 2016, è stata rilanciata nel 2020 con l’innesto di un nuovo management. «All’inizio non è stato facile, soprattutto riconquistare la fiducia dei clienti e delle banche – racconta il presidente Carlo Addrizza, arrivato alla guida due anni fa, ma ora stiamo crescendo e prevediamo quest’anno di raggiungere i 13 milioni di euro».

Ma il fenomeno dei workers buyout è più ampio dei numeri finora descritti: non tutte le aziende rilevate e rilanciate dai propri dipendenti fanno ricorso ai finanziamenti della legge Marcora. Mauro e Federico Vezzoli, ad esempio, lavoravano nel commerciale della Europerf di Mezzago (Monza e Brianza), specializzata nella produzione di lamiere forate. Seguiti da una decina di dipendenti, i due novelli imprenditori (che pur condividendo il cognome e il destino non sono parenti) sono riusciti in questi anni a raggiungere un fatturato di 11,5 milioni di euro, con un export aumentato dal 10 al 45 per cento. «Abbiamo investito molto sull'estero e sull'ammodernamento degli impianti, puntando su servizio e qualità», spiegano gli imprenditori.

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