in prima linea

Imprese superspecializzate per demolire il Ponte Morandi

Progettazione dell'abbattimento e tutela dell'ambiente i compiti rispettivamente svolti da Ipe e Ireos. Per gran parte dei detriti del viadotto è in corso un piano di riutilizzo

di Raoul de Forcade


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Renzo Piano e il commissario Marco Bucci durante la prima presentazione del progetto del nuovo ponte. Il disegno è stato poi modificato

5' di lettura

Il crollo del viadotto Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018, con 43 vittime, ha inferto un colpo durissimo alla città di Genova che, oltre a dover elaborare un lutto improvviso e impensabile, ha dovuto far fronte, con tutte le sue risorse, al danno economico e logistico causato da quell’evento. E si è trovata a confrontarsi, fin da subito, con la necessità di demolire i tronconi rimasti del ponte per costruirne uno nuovo. Oggi, poco più di un anno dopo, si è a metà dell’opera: la demolizione è terminata da alcune settimane (se si esclude lo smaltimento dei detriti, ancora in fieri) e si procede alla costruzione delle nuove pile di un viadotto ideato da Renzo Piano.

Le quattro imprese dell’Ati dei demolitori (Omini, Fagioli, Ipe Progetti ed Ireos) si sono trovate subito in prima linea nella dinamica virtuosa - nata dall’impegno di Governo, Regione, Comune e dalla capacità manageriale del sindaco e commissario Marco Bucci - che vede aziende di tutta Italia lavorare insieme per portare a termine il progetto di ripristino del viadotto. Due le realtà dell’Ati che hanno sede nel Nordovest: Ipe di Torino e Ireos di Genova. Quest’ultima, in particolare, è al lavoro per smaltire i detriti che, in un primo tempo, sembrava si dovessero portare in Germania, con costi decisamente alti, mentre ora si progetta di riutilizzarli anche per il riassetto dell’area sotto il ponte.

«Siamo entrati nell’Ati – spiega Emilio Munari, alla guida di Ireos - col precipuo compito della gestione delle problematiche ambientali. Abbiamo partecipato a tutte le attività volte a garantire che i dati presentati al commissario fossero puntuali, precisi, reali, dandogli tutti gli elementi per dimostrare che le attività erano svolte nel rispetto della normativa». Un compito non facile, a maggior ragione quando si è prospettata la presenza di amianto (sia pure naturale) nelle strutture da abbattere. Ma in questo campo Ireos ha vasta esperienza, derivata anche dalla bonifica effettuata, nella prima metà del 2000, alla ex Eternit di Priolo.

«Sul Morandi – prosegue Munari – abbiamo fatto 499 campionature massive e 1.413 letture di fibre sui campioni prelevati in cantiere. I problemi legati all’amianto, erano particolari: la ghiaia con la quale è stato fatto il calcestruzzo era stata in parte presa dalle cave di Isoverde, dove si trova amianto naturale. Noi abbiamo abbiamo partecipato attivamente al monitoraggio per il controllo dell’esplosione del troncone Est, con i campionatori per misuarre la ricaduta delle polveri. In realtà tutto è andato ancor meglio di quanto si prevedesse, perché,nel giro di 20 minuti si è tornati a valori precedenti all’esplosione». Ora Ireos si sta occupando dei detriti da gestire: «Abbiamo trovato soluzioni più interessanti rispetto a quella, prospettatasi all’inizio, di mandarli in Germania. I detriti sono stati messi in aree appositamente allestite e troveranno collocazione nei prossimi mesi, ragionevolmente in parte sotto il ponte, per il parco che verrà realizzato, in parte ritirati, da Autostrade, per realizzare opere. In base ai risultati di campionature che saranno fatte su singoli cumuli, i detriti troveranno collocazione in siti idonei a riceverli».

Sotto il profilo della progettazione e dell’esecuzione, comunque, dice Alberto Iacomussi alla guida della società di ingegneria Ipe, «la cosa più complessa è stata la demolizione della parte Ovest del ponte, quella fatta con strand jack (i pistoni idraulici utilizzati anche per il raddrizzamento del relitto di Costa Concordia, ndr) e gru. Il primo pezzo che abbiamo tirato giù, da mille tonnellate, ha creato una tensione notevolissima. Era la prima volta in Italia, e credo anche nel mondo, che veniva calato un oggetto così pesante, su un ponte esistente, molto alto, tra le case e in parte crollato, non si sa bene per quale motivo. Inoltre sotto il viadotto scorrono gli impianti più importanti e strategici di Genova: oleodotti, gasdotti, tubi dell’acqua ad alta pressione; c’era quindi una problematica legata al sottosuolo vicino al ponte. Sotto c’erano anche imprese in attività, come Ansaldo Energia e altre, mancava inoltre spazio per disporre le gru, fin quando non fosse stato calato il primo tampone. A confortarci solo il fatto che il progetto di Riccardo Morandi depositato era esattamente identico, caso unico direi in Italia, al costruito. Abbiamo potuto così studiarlo a fondo». Altro momento difficile, conferma Iacomussi, è stata la demolizione con l’esplosivo del troncone Est, a causa della presenza di amianto.

«L’idea di utilizzare l’acqua è nata da uno spunto pratico: intrappola le particelle di amianto e le trattiene senza farle disperdere in atmosfera. Insomma, grazie a un’attività di squadra con le altre aziende, che ci ha resi davvero un unicum per la demolizione, abbiamo trovato un modo per utilizzare grandi vasche di acqua allineate; ed è stato studiato il sistema dei ritardi nelle esplosioni, per poter avere la possibilità di “spegnere” la produzione di polvere. Avevamo due opzioni: una era cercare di contenere le polveri e l’altra cercare di spegnerle all’origine. La seconda era un po’ più rischiosa perché, se non si fosse riuscito a spegnerle in maniera importante, poi non ci sarebbe stato più alcun modo per contenerle. E contenerle, invece, poteva essere difficoltoso perché la quantità di polvere generata sarebbe stata enorme. Abbiamo quindi scelto di spegnere l apolvere all’origine e poi di contenerla soltanto per la parte bassa. Ha funzionato. Abbiamo creato una nuvola d’acqua in contemporanea con la produzione della polvere e il 90% della polvere è caduto a terra. Per poterlo fare occorreva avere tempistiche perfette, garantite dai detonatori elettronici che consentono ritardi anche al decimillesimo di secondo, e una quantità d’acqua sufficiente. Devo dire che sono andate bene entrambe le cose. Abbiamo avuto anche la fortuna che, nell’istante in cui è caduto il ponte, ci fosse bonaccia totale».

Altro punto da considerare, conclude Iacomussi, le vibrazioni determinate dalla caduta dal troncone Est. «Avevamo 50mila tonnellate che sono volate giù da 50 metri d’altezza: una quantità di energia spaventosa; e le case più vicine erano a 150 metri. Se quella massa fosse caduta a terra non come avevamo programmato ma di schianto, avrebbe generato vibrazioni capaci di creare danni a mezza Genova. Invece, con prove sperimentali, abbiamo studiato il cinematismo del ponte e abbiamo fatto in modo che cadesse ruotando verso la ferrovia, dove avevamo approntato cumuli alti 5 metri di materiale soffice. Gli strumenti che avevamo installato per controllare hanno rilevato vibrazioni cinque volte inferiori ai limiti di normativa per danni a fabbricati ammalorati. Alla fine, sono state poco più intense di quelle che fa un camion carico quando prende un tombino mal messo».

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