L’INDAGINE SUI DOTTORI DI RICERCA

Università senza cervelli: in 10 anni dimezzati i giovani ricercatori (e il 90% sarà espulso)

di Marzio Bartoloni


InnovaAgorà, la ricerca pubblica mette in piazza le sue idee

3' di lettura

Che l’Italia non sia un Paese per giovani ricercatori è tristemente noto, come ricorda anche il recente film di successo («Smetto quando voglio») dove un gruppo di cervelli precari per disperazione si dà alla criminalità sfruttando il loro talento. Ma gli ultimi dati riportano alla ribalta una realtà drammatica: in 10 anni i posti per il dottorato si sono praticamente dimezzati passando dai 15.832 del 2007 agli 8.960 dell’anno scorso.

E per chi diventa “doc” il presente è quasi sempre precario. segnato da contratti da assegnista che nel 90% dei casi porta all’espulsione dall’università. Solo dieci su cento conquistano infatti l’ambita cattedra come professori associati.

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Secondo le elaborazioni che l’Adi - l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca - ha condotto su dati del Miur, dopo il timido aumento registrato l'anno precedente, i posti di dottorato banditi in Italia nel 2018 registrano una nuova flessione : dai 9288 del 2017 agli 8960 dell’anno seguente (-3,5%). Un nuovo segno negativo che si unisce a quello degli ultimi dieci anni. Dal 2007, anno precedente al varo della riforma Gelmini, i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4% subendo anch’essi il destino del mondo universitario finito nel mezzo di una lunga stagione di tagli.

La riduzione dei posti messi a bando colpisce tutto il Paese, ma il Sud molto di più: se dal 2007 al 2018 il Nord ne ha persi il 37% e il Centro il 41,2%, il Mezzogiorno si è visto tagliare il 55,5% dei posti. Una dinamica che non fa che aumentare le differenze già esistenti tra le tre grandi macroaree del Paese, visto che oggi il Nord conta praticamente metà dei dottorati banditi in Italia (il 48,2%) contro 29,6% del Centro e il 22,2% del Sud. Non solo: il 40% dei posti è gestito da 10 atenei, di cui 7 al Nord, 2 al Centro e 1 al Sud.

La mezza notizia positiva è che il numero dei dottorati senza borsa di studio si è ridotto al 16,9%: si tratta di una percentuale in progressiva riduzione negli ultimi anni (nel 2010, a esempio, ammontava al 39%), ma il confronto con il trend dei dottorati con borsa (negli anni pressoché costante) dimostra che la diminuzione dei posti banditi senza borsa non si traduce in un corrispondente incremento di quelli con borsa. L’indagine contiene anche i risultati di un questionario online diffuso dall’Adi nelle università italiane e che ha raccolto in totale più di 5000 risposte complete.

Da queste, ad esempio, emergono importanti differenze nelle tasse di iscrizione al dottorato: tra coloro che le pagano, il 50% versa meno di 200 euro, mentre il restante 50% corrisponde importi in un range molto elevato che va dai 200 ai 2000 euro. Si tratta, secondo l’Associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, di «una “tassa sul talento” che fornisce, in ogni caso, un gettito esiguo».

Infine il capitolo più drammatico. Quello sul futuro di questi giovani ricercatori che in media cominciano il corso di dottorato intorno ai 29 anni. I dati del Cineca elaborati dall’Adi rivelano che all’interno delle università il personale precario supera ormai quello stabile: 68.428 lavoratori a tempo determinato e 47.561 quelli a tempo indeterminato. E per i precari della ricerca l’uscita dall’università alla fine è quasi sicura. Secondo l’indagine dell’Adi il 56,2% dei dottori di ricerca è destinato ad uscire dal mondo accademico dopo uno o più assegni di ricerca (il primo gradino contrattuale nel mondo accademico subito dopo il dottorato). Di questi, il 29% dopo un contratto di ricercatore di tipo A (quello che dà diritto a 3 anni +3). Ma in totale per la platea oggi composta da oltre 13mila assegnisti di ricerca - la cosiddetta fase “post-doc” - il destino sembra segnato: ben il 90,5% di questi verrà espulso dall’università.

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