Politica 2.0

In 40 al vertice come ai tempi dell’unione

Il premier spera di riportare a sintesi una rissa che non ha origini in un difetto di metodo ma nell’esigenza di ciascun partito di prendere le distanze dall’altro, di scaricare la responsabilità di una scelta sull'alleato. Proprio come accadeva ai tempi dell’Unione

di Lina Palmerini

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Il premier spera di riportare a sintesi una rissa che non ha origini in un difetto di metodo ma nell’esigenza di ciascun partito di prendere le distanze dall’altro, di scaricare la responsabilità di una scelta sull'alleato. Proprio come accadeva ai tempi dell’Unione


2' di lettura

Solo la convocazione ricorda i peggiori esempi del passato. Circa 40 persone, tra sottosegretari all’Economia, capigruppo dei 4 partiti di maggioranza, presidenti di Commissione, più i capi delegazione dei partiti, si vedranno domani per un vertice di maggioranza sulla manovra. La mail per chiamare a raccolta deputati, senatori e politici è partita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e proprio il numero dei destinatari segnala che c’è un problema. Non si ricorda, infatti, un vertice simile allargato a tante “teste” quando a guidare una coalizione di Governo ci sono leader di partito ben saldi in sella o un premier che abbia una presa sulla coalizione.

Ed è questa ormai la cifra del Conte II, che sconta un capo dei 5 Stelle diventato quasi minoranza nel suo partito e una alleanza che è una somma di troppe debolezze. C’è l’estrema instabilità dei grillini che non sanno come invertire un declino di popolarità; la fragilità del Pd che non riesce ad assumere un’identità e un carattere politico; la partenza ancora faticosa di Italia Viva che sta facendo di tutto per schiodarsi dalle percentuali ancora risicate a cui sono quotati; e, infine, il partito di Speranza che sta in un limbo. Questo collage ha prodotto una manovra che si è fatta il vuoto intorno – nell’opinione pubblica e tra associazioni di categoria – e che produce un vertice a 40 persone, un po’ come accadeva ai tempi dell'Unione, la coalizione di centro-sinistra che ha lasciato un indelebile ricordo di rissosità tra i partiti. Pure quell’Esecutivo sperimentava vertici notturni affollati e “ritiri” politici nei fine settimana, proprio come ha proposto il premier qualche giorno fa.

Il fatto è che Conte si trova con la “bomba” dell’Ilva che si mescola con il percorso parlamentare del decreto fiscale e della legge di bilancio moltiplicando l’ansia di distinguersi dei partiti, di recuperare pezzi di elettorato messi in fuga da una micro-tassa o da una norma. E se ieri il premier ha avuto un duro confronto con una parte dei parlamentari pugliesi grillini sulla questione dello scudo penale per Arcelor-Mittal, giovedì lo aspetta una giornata altrettanto infuocata visto che il Consiglio dei ministri è convocato su Taranto e subito dopo si apre il summit di maggioranza sulla manovra su cui sono già partite le prime frecce avvelenate tra partiti. La più forte ieri l’hanno tirata i renziani contro i 5 Stelle e va a colpire – per cancellare – il bersaglio delle “manette agli evasori” su cui i grillini hanno costruito un pezzo di comunicazione politica.

Ora con il vertice a 40 il premier spera di riportare a sintesi una rissa che non ha origini in un difetto di metodo ma nell’esigenza di ciascun partito di prendere le distanze dall’altro, di scaricare la responsabilità di una scelta sull'alleato. Proprio come accadeva ai tempi dell’Unione, l’obiettivo non era governare ma distinguersi.

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