analisiDall’Algeria al Sudan

In Africa è di nuovo tempo di «primavere» (militari permettendo)

di Ugo Tramballi

Chi e' la Regina nubiana, simbolo del Sudan


3' di lettura

Condizionati dalle mille speranze affogate nel sangue, ci eravamo convinti che le cosiddette “Primavere arabe” fossero solo un evento, un episodio: accade, fallisce, finisce. Invece non è così: quel gigantesco sommovimento sociale e politico dal Maghreb alla penisola arabica, era una dinamica: era scoppiato per delle cause discernibili e si è sviluppato fra alti e bassi, a seconda dei Paesi interessati.

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Oggi è più facile constatare l’evidenza degli aspetti fallimentari delle Primavere: in Egitto governa Abdel Fattah al Sisi che è di gran lunga peggio del predecessore Hosni Mubarak; a Damasco c'è sempre la famiglia Assad e la Siria è un Paese distrutto dal regime, dalle milizie sue avversarie e soprattutto dall’Isis, che per qualche anno ha fatto credere alla rinascita di un califfato medievale.

Eppure, di fronte a questa devastazione, ecco che inaspettatamente accadono cose diverse. Per settimane i giovani algerini, poi i loro docenti, i contadini, gli operai hanno occupato le piazze per chiedere le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika al potere da 20 anni. Era una richiesta politica: quella categoria di rivendicazioni alle quali i regimi arabi non sapevano rispondere se non con la violenza. Ad Algeri, invece, non è accaduto nulla a nessuno: tranne che al presidente costretto a dimettersi.

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Ora è la volta del Sudan, dove Omar al-Bashir era al potere da 30 anni. Qui le violenze del regime ci sono state ma per mesi le proteste non si sono fermate. Così determinate da spingere i militari a deporre il dittatore e a promettere riforme. In un Paese ultra-conservatore e islamista, la rivoluzione è stata in buona parte condotta dalle donne.

Sudan, manifestanti in festa per la caduta del presidente Bashir

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In Libia invece la tradizione mediorientale del dare la parola alle armi e alle milizie continua a essere rispettata. Ma la Libia – quella inventata dagli italiani, quella governata da Gheddafi e quella di oggi fatta di tribù, deserto e petrolio – è un non-Paese. Eppure la strana guerra a bassa intensità che si sta combattendo potrebbe essere quella decisiva, dalla quale finalmente partire con la politica e la diplomazia. Soprattutto se italiani e francesi smettessero di giocare partite diverse.

Nei tre casi che sono contemporaneamente arabi, mediorientali e africani, sia per geografia che per geopolitica, i giochi sono ancora aperti. L’obiettivo originario delle primavere, nel 2011, era di trasformare in civili e possibilmente democratici, regimi che erano militari e polizieschi. In Algeria e Sudan le proteste hanno avuto successo perché i militari hanno abbandonato il potere perdente (originato da loro) e abbracciato la piazza (che contano di controllare). Se non lo avessero fatto, avremmo assistito agli stessi massacri e alla stessa repressione dell’Egitto e della Siria.

Forse anche questa volta i militari continueranno a cavalcare gli eventi e a vendersi come i promotori delle riforme. Ma ciò che ci dimostra quanto sia vivo e dinamico il concetto politico che sottende la parola “Primavere”, è che un Paese dopo l'altro, la necessità di cambiare non si ferma. Fra Terrore, Termidoro, Napoleone, la Restaurazione e i prussiani, alla Rivoluzione francese è servita un'ottantina d'anni per affermare stabilmente la sua idea originale di una repubblica fondata su libertà, uguaglianza e fraternità tra i suoi cittadini.

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