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In aumento i falsi griffati: l’inganno cresce anche online

di Marta Casadei

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3' di lettura

Sono oltre 74,4 milioni i pezzi di moda contraffatti sequestrati dalla Guardia di Finanza nel corso di diverse operazioni tra il gennaio 2018 e il maggio 2019. Una cifra in netta crescita rispetto al periodo gennaio 2017-maggio 2018 (“solo” 68 milioni di pezzi sequestrati).

La contraffazione dei prodotti di moda, dunque, è un business illegale che non accenna a diminuire in termini di dimensioni. Analizzando i dati forniti al Sole 24 Ore dalle Fiamme Gialle – gli ultimi disponibili – emerge come in Italia la quota principale di prodotti di moda contraffatti sia assorbita dagli accessori per abbigliamento: nei 17 mesi presi in esame, infatti, la Gdf ne ha sequestrati oltre 43,4 milioni. Nella poco lusinghiera top 5 dei falsi intercettati dalla Gdf ci sono anche i capi di abbigliamento in tessuto (12 milioni), le calzature (8,8 milioni), i marchi di abbigliamento contraffatti (3,2 milioni) e, infine, bottoni, fibbie e spille, che arrivano a quota 2,4 milioni di pezzi sequestrati.

I dati relativi ai sequestri mettono in luce come l’Italia finisca per essere spesso un Paese in cui i falsi vengono assemblati, aggiungendo a capi non originali, per esempio, dettagli riconoscibili , anche se falsi (come i bottoni) ed etichette contraffatte. Spesso importate da altri Paesi, come la Cina, ma anche dall’Albania, dalla Turchia e dalla Bulgaria.

Falsi online e sui social

Accanto al tema della manifattura e dell’assemblaggio, il focus di chi lotta contro il mondo dei falsi è anche quello della vendita al consumatore finale. Oggi, su questo fronte, gli occhi sono puntati sulle vendite online (nel periodo di riferimento la Gdf ha oscurato 230 siti, ma non solo di moda) e su come hanno trasformato il mondo dei falsi. L’e-commerce, infatti, ha giocato un ruolo di primo piano nel cambiamento dell’approccio al mondo della contraffazione: se, in passato, chi voleva acquistare un prodotto non originale doveva recarsi in luoghi chiaramente poco ortodossi (dagli ambulanti nei mercati agli appartamenti privati), oggi l’acquisto via web rende tutto meno sospetto. Anzi. I falsi sono spesso in bella mostra, per esempio sui social: il report Instagram and counterfeiting 2019 di Ghost data ha segnalato che circa il 20% dei post che includono prodotti di moda su Instagram, il “social delle immagini” contiene prodotti contraffatti e ha rilevato 50mila account che vendono prodotti falsi. Quando era uscita l’edizione precedente dello stesso report, nel 2016, erano 20mila.Questo da un lato crea confusione nel consumatore in buona fede, che, quindi, non vuole comprare un fake, ma è tratto in inganno dal prezzo vantaggioso; dall’altro permette a chi vuole comprare il falso deliberatamente di farlo senza essere visto né disturbato.

Usa all’attacco dei marketplace

La lotta contro i marketplace è in corso negli Stati Uniti dove un gruppo di deputati bipartisan ha presentato una proposta di legge chiamata “Shop safe act 2020” che potrebbe arrivare a punire quei marketplace che vendono falsi per conto di terzi. Un’eventualità – quella della vendita di falsi – che gli stessi marketplace (da Amazon al cinese Alibaba) cercano di scongiurare attraverso programmi che sondano la trasparenza dei rivenditori e denunciando loro stessi chi vende prodotti contraffatti alle autorità.

Il mondo dei falsi che arrivano negli Usa è stato scandagliato da un report che il dipartimento di sicurezza nazionale (Dhs) ha realizzato per il presidente Usa ed è stato pubblicato a fine gennaio. Proprio da questa fotografia aggiornata emerge come i prodotti di moda siano i beni contraffatti più diffusi negli Stati Uniti: 58 prodotti su 100 tra i beni sequestrati dalle dogane americane (Cbp) nel 2018 rientrano in questa categoria. Nel dettaglio, ma sempre in rapporto al totale dei sequestri: per il 18% sono capi di abbigliamento o accessori, per il 14% scarpe, per il 13% orologi e gioielli, per l’11% sono borse e portafogli.

La Gen Z apprezza i fake ben fatti

Il riposizionamento dei falsi non è solo “concreto” (come già detto: dai canali di vendita non ufficiali ai social) ma anche metaforico e sociale. Un report 2019 dell’International trade association che fa riferimento a un campione di circa 4.500 ragazzi della Generazione Z (nati quindi dal 1995 al 2010) intervistati in 10 Paesi diversi, mette in luce che quasi 8 su 10 ammettono di aver comprato un prodotto falso (6 su 10 in Italia, dove solo il 25% dice che, in futuro, ne comprerà meno), ma soprattutto che il 56% è soddisfatto dell’acquisto sia dal punto di vista della qualità sia del rapporto qualità/prezzo.

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