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«In Between Dying», un viaggio interiore alla ricerca dell'amore

In concorso a Venezia il film dell'Azerbaijan. Nella sezione Orizzonti presentato l'esordio di Pietro Castellitto

di Andrea Chimento

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In concorso a Venezia il film dell'Azerbaijan. Nella sezione Orizzonti presentato l'esordio di Pietro Castellitto


2' di lettura

Arriva dall'Azerbaijan uno degli ultimi film presentati in concorso alla Mostra di Venezia: «In Between Dying» di Hilal Baydarov.


Protagonista è Davud, un giovane irrequieto in cerca della sua “vera” famiglia, coloro che sente porteranno amore e daranno un senso alla sua vita. Quando, nel corso di una giornata, si trova a vivere una serie inaspettata di incidenti, che risulteranno fatali per diverse persone, riemergono ricordi sommersi, vicende e preoccupazioni.

Ricerca d’amore

È un viaggio interiore «In Between Dying», un film in cui il motore dell'azione è la ricerca d'amore da parte del protagonista.Ha diversi colpi interessanti il lavoro di Baydarov ed è facile empatizzare con il personaggio principale: la regia è decisamente virtuosa, misteriosa, grazie ad alcuni momenti sospesi che sfiorano addirittura registri metafisici.

Un limite è invece il basso coinvolgimento, tanto per la messinscena quanto per la sceneggiatura. Si tratta infatti di un lungometraggio ostico, in cui si fatica a tenere alta l'asticella dell'attenzione, altalenante nel ritmo e nella resa.Rimane qualcosa su cui riflettere al termine della visione, ma è un film che dividerà moltissimo.

I predatori

Nella sezione Orizzonti è stata presentata una delle opere prime più attese della kermesse, «I predatori» di Pietro Castellitto.Figlio d'arte di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, il neoregista ha firmato una pellicola capace di incuriosire, con al centro l'incontro/scontro tra due famiglie. La prima borghese e intellettuale, la seconda proletaria e sul crinale della criminalità: due universi che finiranno per collidere improvvisamente, generando conseguenze inaspettate.Già attore da diversi anni, Pietro Castellitto ha scritto, diretto e interpretato questo lungometraggio, rivelando sicuramente una buona dose di coraggio e di ambizione.Lo dimostrano anche le primissime immagini, caratterizzate da un virtuosismo stilistico che mostra il buon talento del giovane autore dietro la macchina da presa.La scelta di rischiare tanto con l'estetica visiva, quanto con la narrazione, è un buon segno, ma il film soffre di una certa ridondanza e non tutti i personaggi sono scritti con la giusta attenzione: alcuni risultano incisivi e misteriosi al punto giusto (si veda il lavoro di Vinicio Marchioni, che incornicia il film), altri invece sono troppo stereotipati e macchiettistici.

Il registro grottesco

Il registro grottesco funziona per larghi tratti, anche se in alcuni casi la scelta di andare sopra le righe appare eccessiva e non sempre necessaria, soprattutto con l'approssimarsi della conclusione.Per alcuni spunti e tematiche proposte, può ricordare «Favolacce» dei fratelli D'Innocenzo, ma non ha la stessa grinta e finisce per scuotere decisamente meno.Nonostante questo, però, per la sua originalità è senz'altro un film da vedere e un buon biglietto da visita per Pietro Castellitto: quest'ultimo ha infatti dimostrato che le idee non mancano e che, con qualche accorgimento in fase di sceneggiatura, potrà sicuramente dire la sua con i prossimi progetti che metterà in cantiere.


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