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Bielorussia, Putin a Lukashenko: se necessario, la Russia è pronta a un intervento militare

La leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya riappare in un video per incoraggiare i lavoratori a unirsi alla protesta

di Antonella Scott

Bielorussia, liberati oltre mille manifestanti

La leader dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya riappare in un video per incoraggiare i lavoratori a unirsi alla protesta


4' di lettura

Il presidente russo Vladimir Putin è pronto a un intervento militare «se necessario» in soccorso del presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Lo fa sapere il Cremlino che sottolinea come la Bielorussia sia oggetto di «pressioni esterne» anche se non specifica da parte di chi. La seconda telefonata tra i due leader è avvenuta domenica 16 agosto. «Io e lui siamo d’accordo - ha detto Lukashenko secondo l’agenzia di Stato Belta - in caso di nostra richiesta ci verrà fornito aiuto per garantire la sicurezza della Bielorussia». Di più: «Alla prima richiesta, la Russia fornirà assistenza totale per garantire la sicurezza della Bielorussia», ha comunicato l'agenzia di stampa bielorussa Belta.

L'intervento russo - «anche militare, se necessario» - avverrà «nell'eventualità di minacce militari esterne secondo le procedure previste dal patto militare congiunto». Tutto ciò nel giorno dei cortei contrapposti dopo le contestate presidenziali che il 9 agosto hanno riconfermato per un sesto mandato Aleksandr Lukashenko, al potere da 26 anni.

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In una manifestazione domenica 16 agosto a Minsk, davanti ai suoi sostenitori, il contestato Lukashenko ha escluso l’ipotesi di nuove elezioni presidenziali e ha accusato la Nato di stare con i suoi aerei e i suoi tank a ridosso della frontiera occidentale.

Perché non è minacciata soltanto la Bielorussia, aveva detto nei giorni scorsi il presidente bielorusso in carica seduto a un tavolo con i funzionari governativi rimasti fedeli, mentre fuori la città di Minsk si raccoglieva a onorare Alexander Taraikovsky, una delle vittime della repressione scatenata nei giorni scorsi. Sempre più isolato, il Lukashenko che finora aveva resistito all’idea del Cremlino di creare un’unione tra i due Paesi, ora afferma che «proteggere la Bielorussia è proteggere l’intera nostra regione, l’unione. Se la Bielorussia non riesce a resistere, l’ondata arriverà là».

La risposta di Mosca sarà cruciale. Nel dare notizia della telefonata, il Cremlino scrive che Lukashenko «ha dato notizia delle complicazioni intervenute dopo le elezioni presidenziali (che Lukashenko afferma di aver vinto con l’80% dei voti, ndr). Entrambe le parti - continua ambiguamente il sito della presidenza russa - hanno espresso la convinzione che tutti i problemi nati verranno regolati al più presto. La cosa importante è che non vengano sfruttati dalle forze distruttive che stanno cercando di danneggiare la cooperazione tra i due Paesi» che, più avanti, il Cremlino descrive come «fratelli».

Ci si interroga sui piani di Putin, che deve valutare se preferibile rischiare le incognite e i contraccolpi di un intervento militare in difesa di Lukashenko, stile Crimea 2014 o Georgia 2008 ma in uno scenario ben più ampio; progettare qualche manovra diversiva sull’esempio del Donbass ucraino oppure osservare da lontano il percorso di un Paese lasciato libero di scegliere la propria strada, con il rischio di far venire desideri simili all’opposizione russa. Ma intanto in Bielorussia la permanenza al potere di Aleksandr Lukashenko appare sempre più improponibile, ogni ora che passa, con un Paese sempre più compatto contro di lui dopo elezioni considerate farsesche ma soprattutto dopo la crudele repressione delle proteste seguite al voto, le violenze sfrenate contro le persone trascinate in carcere.

Emergono anche testimonianze di persone torturate a morte, e più si diffondono queste notizie più il Paese si unisce contro il regime. La ripresa dei collegamenti internet ha permesso a tutti, tra l’altro, di vedere le immagini della morte di Taraikovsky, di cui si è celebrato sabato il funerale. La polizia gli spara contro mentre lui si avvicina con le mani alzate. Barcolla, cade. Forse mai come in questo dramma che la Bielorussia sta vivendo la condivisione delle immagini ha una così grande importanza. Si sono uniti alla protesta i lavoratori e ora i dirigenti delle grandi industrie (che Lukashenko minaccia di licenziare i massa), il mondo della cultura, la tv di Stato. E diversi militari, che si fanno riprendere mentre strappano le mostrine dalle proprie uniformi.

Riapparsa in video dopo la fuga in Lituania, Svetlana Tikhanovskaya è ormai per molti la presidente legittima: dall’esilio ha invitato i suoi sostenitori a continuare la loro protesta pacifica, e ha suggerito la creazione di un consiglio che concordi con le autorità il trasferimento dei poteri.

L’Unione Europea inizia a muoversi: il Consiglio straordinario Esteri convocato in emergenza venerdì pomeriggio ha trovato l’accordo politico per arrivare ad applicare sanzioni mirate contro i responsabili dell’organizzazione del voto e delle violenze perpetrate sui manifestanti arrestati. I ministri hanno dato incarico di preparare una “lista nera” di persone coinvolte. Prima dell’incontro Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione europea aveva detto: «Sono sicura che le discussioni di oggi dimostreranno il nostro forte sostegno al diritto degli abitanti della Bielorussia alla libertà e alla democrazia». Ma il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha respinto le offerte di mediazione giunte in questi giorni da alcuni Paesi esteri nell' intento di risolvere la grave crisi aperta dopo le elezioni presidenziali che lo hanno riconfermato tra forti sospetti di brogli. “Non cederemo il Paese a nessuno”, ha detto Lukashenko in una riunione al ministero della Difesa secondo l'agenzia di Stato Belta. “Non abbiamo bisogno di alcun governo straniero, nè di intermediari”, ha aggiunto.

Tra le voci che prendono man mano le distanze da Lukashenko, quella del capo della Chiesa ortodossa, il metropolita Pavel: che ha chiesto scusa per essersi congratulato prematuramente con Lukashenko e si è detto indignato e sconvolto per il comportamento delle forze dell’ordine. Lungo le vie della capitale continuano a formarsi catene umane che nel pomeriggio di venerdì si sono fuse in una lunga marcia, che questa volta i militari guardano senza intervenire.

Nel frattempo la polizia bielorussa ha comunicato il rilascio di più di 2.000 persone arrestate in questi cinque giorni: ma in carcere ne restano ancora almeno 4.700 persone. Sono i racconti delle torture subite, le terribili immagini che le confermano ad aver unito ancor più il Paese contro il regime. E ad aver finalmente scosso la comunità internazionale.

La maggior parte delle sanzioni contro quella che in passato veniva indicata come «l’ultima dittatura d’Europa» - restrizioni contro funzionari governativi e i loro beni - è stata rimossa nel 2016. La Ue si era sentita incoraggiata dai segnali lanciati da Lukashenko relativamente alla liberazione di prigionieri politici perseguitati per le proteste seguite al voto del 2010. E nello stesso tempo voleva cercare di allontanarlo dall’influenza di Mosca, dopo l’annessione della Crimea. Per ora resta in vigore un embargo sulla vendita di armi.

Articolo aggiornato il 16 agosto 2020

Bielorussia, liberati oltre mille manifestanti

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