Musei e Biennali

In Biennale donne e politica

di Silvia Anna Barrilà, Maria Adelaide Marchesoni

4' di lettura

Se già in tempi normali l’annuncio dell’artista che rappresenta l’Italia alla Biennale di Venezia arriva con grande ritardo, chissà quanto dovremo aspettare in tempi di pandemia. Altri paesi, per la precisione 20, si sono già mossi e hanno annunciato i protagonisti dei loro padiglioni per la 59ª Biennale d’Arte, in calendario dal 23 aprile al 27 novembre 2022. Un’informazione rilevante anche in termini di mercato perché sono nomi, quelli indicati da Arteconomy24, che avranno grande visibilità e uno scatto in avanti in termini di carriera e di prezzi.

Dalle scelte finora comunicate emerge forte una tendenza che oramai domina il sistema dell’arte, la prevalenza di artiste, in molti casi di colore, come Sonia Boyce per la Gran Bretagna, Simone Leigh per gli Stati Uniti, Zineb Sedira per la Francia, Alberta Whittle per la Scozia. Artiste capaci di scatenare delle controversie, come quella relativa a Zineb Sedira, prima artista araba di origini berbero-algerine a rappresentare la Francia (e solo la quarta donna dall’istituzione del Padiglione nel 1912). Infatti, sono state già chieste le sue dimissioni dal padiglione a causa del suo sostegno al movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro il governo israeliano; l’artista ha negato le accuse e proseguirà nel suo lavoro per la Biennale, che si baserà su un’analogia tra la filmografia italiana e quella francese per indagare il potere politico del cinema. Rappresentata in Francia da Kamel Mennour, in Italia lavora con Riccardo Crespi di Milano e i prezzi delle sue opere, in prevalenza foto e video, oscillano da 8.000 e 100.000 euro. Anche Sonia Boyce, prima donna nera a rappresentare la Gran Bretagna, riesce sempre a sollevare discussioni, come quando nel 2018 ha fatto rimuovere un dipinto del preraffaelita John William Waterhouse dalla Manchester Gallery of Art, perché simbolo dell’oggettificazione sessuale del corpo della donna. Per la Biennale il suo lavoro si focalizza sulla Brexit, nel tentativo di superare le divisioni. Nel 1987 Boyce è stata la prima artista nera a entrare nella collezione della Tate e nel 2016 ad essere eletta membro della Royal Academy of Arts. Le sue opere fanno riferimento alla sua eredità afro-caraibica e sono rappresentate in Italia da Apalazzo di Brescia. I disegni di piccole dimensioni viaggiano sulle 6.000 sterline, mentre uno dei suoi lavori più costosi è stato venduto alla Tate per 90.000 sterline durante Frieze nel 2018.

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Per il Padiglione scozzese, Alberta Whittle, di origini caraibiche nata alle Barbados nel 1980, pone al centro della sua ricerca la compassione per sé e per gli altri come strumento contro l’odio razziale e produrrà per la Biennale un nuovo video. Il 2020 per lei è stato tutt’altro che negativo: ha ricevuto il Turner Bursary (in alternativa al Turner Prize sospeso per il Covid) e la giuria ha assegnato 10.000 sterline a 10 artisti, il premio di Frieze e della Henry Moore Foundation ed è entrata nella scuderia della galleria Copperfield di Londra, dove le sue opere quotano tra 2.000 e 20.000 sterline.

Prima artista di colore anche per gli Stati Uniti con Simone Leigh che si concentra sul corpo della donna nera. Negli ultimi anni si è conquistata un posto nell’olimpo dell’arte, tanto che a gennaio 2020 ha lasciato le sue gallerie Luhring Augustine e David Kordansky per entrare da Hauser & Wirth, che nel 2020 ha venduto diverse sue opere recenti nelle fiere online di Frieze e Art Basel a prezzi tra 110.000 e 400.000 dollari (alcune già promesse a musei americani). Latifa Echakhch, nata in Marocco ma di base in Svizzera, è stata scelta per il Padiglione elvetico, per il quale realizzerà un progetto che coinvolge il ritmo e il suono. L’artista, che ha già partecipato alla Biennale nel 2011 ed è già apparsa in quelle di Sharjah e Lione, ha vinto il Prix Marcel Duchamp nel 2013. Nota per installazioni e sculture sull’immigrazione è anche lei rappresentata in Francia da Kamel Mennour e in Italia lavora con Kaufmann Repetto, dove i prezzi delle sue opere oscillano tra 10.000 e 150.000 euro. Melanie Bonajo, voce dei Paesi Bassi, realizza film, installazioni e performance, in cui esamina come la tecnologia possa coltivare intimità e alienazione. Bonajo, che ha già esposto al Palais de Tokyo, alla Tate Modern e allo Stedelijk, lavora con la galleria Akinci di Amsterdam. Sulla piattaforma Artsy.net sono in vendita le sue fotografie da 1.600 euro (ed. di 10+2AP) a 9.500 (ed. di 5+2AP), mentre i video raggiungono i 25.000 euro. Mentre la Turchia ha scelto l’ultraottantenne Füsun Onur, che dagli anni 60 lavora a grandi installazioni scultoree, non ha gallerie nè quotazioni in asta. La Germania punta su Maria Eichhorn, classe 1962, il cui lavoro mira a svelare le strutture di potere attraverso gesti minimali e ironia. Nel 2002 a Documenta, nel 2017 ha fondato il Rose Valland Institute per documentare l’espropriazione degli ebrei in Europa e gli effetti attuali del nazismo.

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