MADE IN cHINA

In Brianza deserta la cittadella del commercio all’ingrosso

Lunedì mattina la visita del console cinese per rassicurare gli operatori

di Enrico Netti

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Il Centro ingrosso Cina di Agrate Brianza, in provincia di Monza Brianza. Un polo retail di circa 56mila metri quadri dedicato ai prodotti “made in China” che risente per i contraccolpi della pandemia

Lunedì mattina la visita del console cinese per rassicurare gli operatori


2' di lettura

Un parcheggio semi vuoto, corridoi deserti, commercianti pigramente seduti alla cassa in attesa di una clientela che non sembra arrivare più. Ecco com’era ieri il Centro ingrosso Cina di Agrate Brianza, nei dintorni di Milano, dove lunedì mattina Song Xuefeng, console generale di Pechino nel capoluogo lombardo, è andato a rassicurare i suoi connazionali sulle misure contro il coronavirus già prese e quelle che verranno adottate in caso di necessità. «Il console sta visitando le diverse grandi realtà commerciali cinesi - spiega Simone Sironi, sindaco di Agrate Brianza presente all’incontro - e ha detto che forse tra qualche settimana si arriverà a una cura per la malattia». Da parte sua, sempre secondo il sindaco, il direttore del centro non ha evidenziato una diminuzione degli ingressi dei clienti.

Il Centro ingrosso Cina di Agrate Brianza

Il Centro ingrosso Cina di Agrate Brianza

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Visitando i due piani di area del Centro ingrosso i clienti visti si contano al massimo sulle dita di due mani. All’ingresso c’era un banchetto con Amuchina, precauzione forse legata alla presenza dei rappresentanti diplomatici. Una volta varcata la soglia sorprende il silenzio, quasi una anomalia per un mercato all’ingrosso, e i lunghi corridoi deserti. Al piano terreno, dedicato a chi vende abbigliamento, calzature e accessori, negli stand dei venditori non si vedono clienti. Tutti gli stand sono aperti perché nonostante tutto «the business must go on» viene da pensare.

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In mancanza di contrattazioni, il centro resta aperto dalle 9 alle 19,30, per ingannare il tempo ai venditori, nessuno indossa le mascherine, non resta che usare lo smartphone per seguire le ultime notizie, guardare film e restare in contatto con parenti, amici e colleghi su uno dei social messenger usato dalla comunità. Nei corridoi un paio di commercianti sono seduti sulla soglia del negozio e imperturbabili fumano annoiati forse pensando agli incassi persi, altri non si staccano dal banco di vendita messaggiano e mangiano con calma. In un box gestito da una famiglia un bimbo con uno skateboard passa tra i corridoi deserti disegnati dalle relle stracolme di abiti e gli scatoloni con cinture, borse e ombrelli mentre il fratellino sul seggiolone finisce la ciotola di riso. Al primo piano ha fretta solo il gestore del bar che con l’hoverboard consegna caffé e i cestini con il pranzo.

Tra i pochissimi clienti una coppia di italiani venuta a fare il “rifornimento” mensile di vestiti per il loro negozio. Un’altro italiano accompagna il commesso che spinge un carrello pieno di scatoloni al furgone. In un stand che vende materiale elettrico e illuminazione a led c’è invece un artigiano venuto a cercare delle particolari lampadine.

Nell’era pre coronavirus, in pratica fino all’inizio dell’anno, invece l’ora di pranzo tra molti operatori era considerata la fascia oraria più calda della giornata, in cui i commercianti italiani venivano a fare acquisti.

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