CAMBIO DI GOVERNO

Per i Comuni si riscrive il dissesto. Verso lo stop alle Province elette

di Gianni Trovati


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(Imagoeconomica)

2' di lettura

Il cambio di governo non modifica le priorità nel mondo degli enti locali, ma può modificarne i pesi. Molto dipenderà ovviamente da come si comporranno, dopo quelle dei ministri, soprattutto le caselle dei sottosegretari, ma qualche indicazione già arriva.

Non si ferma, prima di tutto, il cantiere della riforma del predissesto. Anzi. L’impalcatura normativa attuale traballa sempre di più, dopo che nei giorni scorsi la Corte dei conti Calabria, con l’ordinanza 108/2019, ha mandato alla Consulta anche il meccanismo di ripiano ventennale appena introdotto dal decreto crescita in sostituzione delle vecchie norme, che offrivano fino a 30 anni di tempo ed erano state bocciate dalla Corte costituzionale (sentenza 18/2019) interpellata dalla Corte dei conti campana. Anche la toppa, insomma, rischia di fare la stessa fine del buco che ha provato a chiudere.

Il cambio di scenario politico ovviamente può rimettere in discussione la strada avviata dal governo giallo-verde, che puntava a una procedura unica per sostituire dissesto e pre-dissesto con una cabina di regia per concordare i piani anticrisi fra governo, enti locali interessati e Corte dei conti. Ma va ricordato che a intestarsi il dossier era stata soprattutto la parte M5S, con la viceministra all’Economia Laura Castelli, e che anche nel Pd è sentita l’esigenza tecnica di mettere ordine nel caos in cui ormai si è trasformato il Capo VIII del Testo unico degli enti locali. .

Ma è tutto il pacchetto salva-città messo insieme dal decreto crescita ad aver bisogno di un ripensamento. La battaglia interna alla ex maggioranza sul salva-Roma ha prodotto un compromesso che non pare funzionare. La Capitale ha evitato guai peggiori, ma sembra difficile che parta davvero la rinegoziazione dei mutui destinata a finanziare le altre città con i conti febbricitanti, da Catania a Torino. Per la semplice ragione che il Campidoglio dovrebbe mettersi a rinegoziare mutui senza ottenere alcun vantaggio, ma “regalando” i benefici ad altre amministrazioni.

Sembra invece perdere quota la riforma delle Province che nelle bozze del tavolo tecnico-politico al Viminale puntava a reintrodurre l’elezione diretta degli amministratori negli enti di area vasta. In quel caso infatti l’impronta era soprattutto leghista; dai Cinque Stelle era arrivato un assenso poi stoppato da Luigi Di Maio. Ed è difficile immaginare che il Pd voglia impegnarsi a rimettere in discussione uno dei capisaldi della riforma del 2014 targata Graziano Delrio. Anche in questo caso, un riordino è necessario, ma è difficile per il momento ipotizzare quale piega prenderà.

In ogni caso molto presto l’attenzione tornerà a concentrarsi sulla manovra. Che per i bilanci locali potrebbe riservare una nuova edizione dei meccanismi pro-investimenti avviati dalla legge di bilancio 2019 con i 400 milioni per la sicurezza e rilanciati dal decreto crescita con i 500 milioni per l’efficienza energetica e la mobilità sostenibile. Proprio questa seconda mossa si fa strada anche nei primi tavoli programmatici giallo-rossi, all’interno di quell’idea sugli investimenti ambientali pomposamente battezzata «Green New Deal». Perché quando si parla di piani anti-dissesto e investimenti verdi non si può non passare da Comuni, Province e Città metropolitane.

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