Opinioni

In caso di hard brexit, a pagare non sarà solo l’agroalimentare

di Raffaele Borriello


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3' di lettura

Il risultato delle elezioni nel Regno Unito è stato netto e indiscutibile. Il trionfo di Boris Johnson, che si è assicurato un’ampia maggioranza alla Camera dei Comuni, non lascia più spazio a dubbi sulla volontà del popolo britannico di uscire dall’Europa.

Quali che siano i tempi effettivi e le modalità operative della Brexit, le sue conseguenze saranno estremamente rilevanti sul versante geopolitico, sia a livello globale che dentro l’Unione europea.

Sul fronte europeo, prescindendo dalla modifica degli equilibri interni all’Unione e alle conseguenze possibili sulla maggioranza politica in seno al Consiglio e al Parlamento, l’effetto più immediato è la necessità di coprire il “buco” di bilancio conseguente all’uscita di un Paese contributore netto – stimabile in oltre 10 miliardi di euro – e la conseguente rimodulazione delle risorse e delle politiche che ne deriveranno. Guardando agli interessi italiani l’atteggiamento può essere bivalente: da un lato, si può temere che i tagli di bilancio finiscano per abbattersi soprattutto sulla Politica agricola comune (Pac) che il nostro Paese ha interesse a difendere più di altre politiche, e possibilmente anche a rafforzare; dall’altro, questa difesa potrebbe essere agevolata dalla circostanza che con il Regno Unito esce un partner tradizionalmente “nemico” della Pac, che l’ha sempre vista come una politica costosa e distorsiva da ridimensionare il più possibile e che ha sempre ostacolato qualunque regolamentazione su questioni importanti per l’Italia quali l’etichettatura dei prodotti e la valorizzazione dell’origine.

Analizzando più nello specifico le conseguenze economiche della Brexit, lo sguardo non può non andare al commercio, specie nel caso in cui si prospettasse la completa uscita del Regno Unito dal mercato unico, con l’applicazione ai flussi di scambio con l’Ue di dazi e barriere commerciali oggi inesistenti.

La bilancia commerciale del Regno Unito è strutturalmente in deficit per oltre 160 miliardi di euro nel 2018, in un contesto di scambi in cui i Paesi europei figurano tra i partner principali: il 46% delle sue esportazioni e il 54% delle sue importazioni totali sono di origine europea. Questo è ancor più accentuato nella componente agroalimentare, dove il peso dell’Ue sulle importazioni britanniche supera addirittura il 70 per cento. In altre parole, con l’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo verrebbe ridimensionato un partner importante, sia come fornitore che, soprattutto, come cliente di tutti gli stati membri dell’Ue e in particolare dell’Italia.

Tale ridimensionamento sarebbe avvertito soprattutto nel commercio agroalimentare, nel cui ambito l’Italia si posiziona tra i principali fornitori del Regno Unito con un fatturato di 3,3 miliardi di euro, in aumento del 4% all’anno tra il 2009 e il 2018. Il posizionamento competitivo del Made in Italy agroalimentare sul mercato britannico – quasi l’8% delle esportazioni totali – evidenzia una incontrastata leadership italiana per vini spumanti, pasta, pomodoro trasformato e riso. La buona notizia è che si tratta di prodotti che, per le loro caratteristiche particolari, per la loro intrinseca assimilazione al Made in Italy e per i segmenti di domanda relativamente “ricca” che a essi si rivolgono, non dovrebbero patire in misura consistente un effetto sostituzione, in termini di diversione del consumo su beni sostitutivi di provenienza extra europea sul mercato britannico conseguente all’aumento dei prezzi dei prodotti dell’Ue causato dalla eventuale applicazione di dazi prima inesistenti.

Tuttavia, discutendo degli effetti di una hard Brexit, i veri pericoli potrebbero essere di natura macroeconomica: da un lato, gli effetti negativi sul Pil del Regno unito – che secondo molti studi potrebbero essere cospicui – e, per conseguenza, sulla domanda di prodotti con elasticità rispetto al reddito relativamente alta come quelli tipici del nostro Made in Italy; dall’altro la probabile svalutazione strutturale della sterlina rispetto all’euro conseguente a una hard Brexit, che si tradurrebbe in un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti importati dall’Ue sul mercato britannico e che si aggiungerebbe a quello conseguente alla eventuale imposizione di dazi. In altre parole, è probabile che il consumatore d’Oltremanica, impoverito (anche psicologicamente) dagli effetti della Brexit in termini di maggiori prezzi dei beni alimentari, potrebbe ridurre in misura significativa il consumo di prodotti già relativamente costosi come quelli del Made in Italy, resi ancora più cari dagli effetti dei dazi e della svalutazione. Tali effetti macroeconomici per loro natura non sarebbero limitati al comparto agroalimentare, ma si estenderebbero all’intero Made in Italy, accentuando la frenata delle nostre esportazioni già in atto dal 2018 e riducendo il loro contributo di sostegno alla domanda globale, che nell’ultimo decennio è stata di importanza a dir poco strategica.

Se tutto ciò accadesse – e le probabilità che accada non sono purtroppo irrilevanti – sarebbe l’ennesima dimostrazione che la Brexit e il cieco sovranismo che l’ha innescato rappresentano un gioco a somma negativa, in cui perdono tutti.

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