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In che modo le emozioni possono rendere una comunità prospera?

Non solo le emozioni sono correlate alla disponibilità a cooperare e a punire gli opportunisti, ma influiscono sugli stessi comportamenti

di Vittorio Pelligra

(freshidea - stock.adobe.com)

6' di lettura

Quella della cooperazione umana è una sfida colossale. Ha ricadute in ambito politico, sociale, economico. Dalla capacità e dalla volontà di cooperazione derivano, tra le altre cose, la pace, la prosperità, la qualità delle istituzioni democratiche, la salvaguardia dell’ambiente e molti altri beni di cui non possiamo fare a meno e da cui, sempre più radicalmente, dipende la qualità della nostra vita. È naturale, quindi, andare alla ricerca di quelli che sono gli elementi che facilitano o ostacolano questa capacità, di quelle che sono le determinanti della cooperazione umana.

Punizione «deterrente» alla mancata cooperazione

Gli approcci, naturalmente, sono diversi, ma quello privilegiato dagli economisti sperimentali ha il pregio di andare alla ricerca di nessi causali; non di semplici correlazioni, ma di relazioni causa-effetto. In questa linea, per studiare i dilemmi connessi alla volontà e alla capacità di fare le cose insieme viene utilizzato, generalmente, un protocollo noto con il nome di public good game; una situazione nella quale viene simulato il processo di produzione volontaria di un bene pubblico, la sua natura dilemmatica, compresa la possibilità, anzi, perfino la convenienza a comportarsi in maniera opportunistica. I risultati di questi studi sono vari e molti li abbiamo descritti nei Mind the Economy delle scorse settimane; ma due risultano essere le regolarità ormai ampiamente accettate: contrariamente a quanto previsto dalla teoria, i partecipanti iniziano a cooperare tra loro per produrre il bene pubblico ma poi, e qui la teoria invece ci vede giusto, il livello di cooperazione decade progressivamente fino a sparire del tutto. Dopo un certo numero di ripetizioni del gioco, nessuno, infatti, sarà più disposto a cooperare. Il secondo risultato è, anche questo, contrario a quanto previsto dalla teoria economica standard: quando si introduce nel gioco la possibilità di punire in maniera costosa gli altri giocatori accade che quelli che contribuiscono meno della media del gruppo vengono di solito puniti. La possibilità di questa punizione esercita un effetto deterrente tale da riattivare la cooperazione facendole raggiungere livelli ottimali.

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Il primo risultato, il decadimento della cooperazione, può essere spiegato assumendo che i giocatori – tutti noi, a dire il vero – invece di essere puramente autointeressati, si comportino come cooperatori condizionali: siano, cioè, stimolati a cooperare in un ambiente di cooperatori, così come vengono scoraggiati da un ambiente di free-rider opportunisti. Il secondo risultato, l’effetto deterrente della punizione, si può spiegare, invece, assumendo che i partecipanti siano avversi alla disuguaglianza; sperimentino, cioè, un costo psicologico derivante da tutte quelle situazioni nelle quali le risorse sono distribuite in maniera iniqua. Per evitare di patire questo costo siamo disposti a punire, anche in maniera costosa, coloro che, con il loro comportamento, contribuiscono a determinare tale iniquità.

L’ipotesi di Fehr e Schmidt

Questa ipotesi, formulata sul finire del secolo scorso, in contemporanea da Ernst Fehr e Klauss Schmidt (“A Theory of Fairness, Competition, and Cooperation”. Quarterly Journal of Economics, CXIV, pp. 817– 868, 1999) e da Gary Bolton and Axel Ockenfels (“ERC – A Theory of Equity, Reciprocity, and Competition”. American Economic Review 90, pp. 166-193, 2000) è risultata coerente con i dati osservati raccolti negli anni successivi e suggerisce che alla base della nostra propensione alla cooperazione e alla punizione dei free-riders vi siano alcune emozioni, rabbia e senso di colpa, in particolare. Abbiamo già visto in precedenti occasioni come i neuroeconomisti siano riusciti a dimostrare che rabbia e disgusto stanno alla base di alcuni strani comportamenti osservati in situazioni come l’ultimatum game, dove i giocatori preferiscono non vincere niente piuttosto che una somma positiva di denaro quando questa somma viene inserita in una distribuzione ingiusta delle risorse a disposizione. Quindi, che simili emozioni possano essere implicate anche nelle decisioni di punire i free riders e che possano sostenere, per questa via, i comportamenti cooperativi, sembra essere un’ipotesi del tutto plausibile, già avanzata, del resto, da Fehr e Gächter.

Uno dei primi studi che prova a mettere direttamente in relazione il ruolo delle emozioni con la disposizione e punire e a cooperare è quello condotto da Robin Cubitt, Michalis Drouvelis e Simon Gächter, pubblicato nel 2011 (“Framing and free riding: emotional responses and punishment in social dilemma games”. Experimental Economics 14, pp. 254–72). Nella loro ricerca Cubitt e colleghi si concentrano sulla possibilità che un soggetto che contribuisce meno della media del suo gruppo possa provare un senso di colpa, mentre chi contribuisce di più rispetto agli altri possa sperimentare, al contrario, rabbia verso chi mostra di non voler cooperare quanto sarebbe utile al gruppo. Si ipotizza, inoltre, che la forza di queste emozioni sia crescente al crescere della differenza tra la propria contribuzione e quella degli altri soggetti. I risultati dell'esperimento sembrano fornire supporto ad entrambe queste ipotesi. La rabbia per i comportamenti opportunistici aumenta all'aumentare della distanza tra il proprio investimento nel bene pubblico e quello osservato negli altri, mentre se gli altri contribuiscono di più allora questa correlazione scompare. Il senso di colpa, simmetricamente, cresce con la differenza tra quanto abbiamo investito noi e quanto hanno fatto gli altri nel momento in cui il nostro investimento è inferiore a quello degli altri membri del gruppo. La relazione descritta in questo modo tra rabbia e disponibilità a punire assume la stessa forma e sembra suggerire un nesso causale.

L’esperimento dei due video

Ma siccome una correlazione non è mai un nesso causale occorrono altri dati per poter concludere che è l’emozione della rabbia a generare la volontà di punire. Questi dati arrivano da un recente esperimento condotto da Michalis Drouvelis e da Brit Grosskopf. Nel loro studio i due introducono un meccanismo esterno di manipolazione delle emozioni. Prima dell’esperimento vero e proprio, attraverso la visione di video che riproducono scene emotivamente «cariche», gli sperimentatori inducono un particolare stato emotivo nei partecipanti. A un gruppo viene mostrato un video divertente per suscitare uno stato emotivo positivo di felicità e spensieratezza, mentre a un secondo gruppo viene mostrato un video dove un ragazzo viene bullizzato dai compagni, questo per indurre un sentimento di rabbia e disappunto. In questo modo, attraverso questa manipolazione endogena dello stato emotivo dei partecipanti, se si dovesse osservare un comportamento significativamente differente tra i membri dei due gruppi si potrebbe affermare con ragionevole certezza che tale comportamento non solo è correlato a certe emozioni, ma che, più precisamente, è stato «causato» dalle differenti emozioni.

E questo è proprio ciò che si verifica. Dopo aver misurato l’effetto dei video sullo stato emotivo dei partecipanti attraverso una scala psicometrica, i soggetti, nei diversi trattamenti, sono chiamati a decidere quanto investire nella produzione del bene pubblico e se e quanto punire gli eventuali free-rider. Nella teoria standard non c’è posto per il ruolo delle emozioni, per cui la previsione teorica è che tra i due gruppi, rispetto alle due dimensioni osservate, contribuzione e punizione, non debba esserci nessuna differenza significativa. In realtà ciò che si osserva è piuttosto differente. Innanzitutto i soggetti esposti al processo di attivazione della rabbia si dimostrano meno disponibili a cooperare con gli altri: investono, cioè, meno nel bene pubblico. In secondo luogo, le loro punizioni nei confronti dei free-rider risultano, a parità di livello di opportunismo, più severe. Se mettiamo insieme questi due comportamenti il risultato a livello collettivo è quello di una comunità non solo più arrabbiata, ma anche più povera: i livelli più bassi di bene pubblico e la maggiore spesa per le punizioni determinano, infatti, un benessere collettivo inferiore rispetto a quello sperimentato dai membri del gruppo dei «felici». Ne escono, cioè, tutti più poveri rispetto a coloro che, in virtù del mood positivo indotto dal video divertente, sono disposti a cooperare di più e quindi a punire meno e meno severamente.

Quanto le emozioni aiutano la cooperazione

Possiamo concludere, quindi, che non solo le emozioni sono correlate alla disponibilità a cooperare e a punire gli opportunisti, ma che le emozioni sono la causa di questi stessi comportamenti. Generalizzando un po’ sarebbe interessante provare a chiedersi quanto l’esposizione a notizie negative, all’ingiustizia, al torto e al sopruso e, più in generale, a una narrazione pessimistica della vita in comune possa influenzare, attraverso la mediazione delle nostre emozioni, la disponibilità individuale a cooperare, a fare la nostra parte nelle azioni collettive, nelle imprese sociali, a produrre beni pubblici e a salvaguardare i beni comuni. Sarebbe interessante capire quanto il mood indotto da una certa visione della vita e degli altri che ci circondano, che sia una visione realistica o indotta per finalità altre, possa influire sulle nostre scelte. Sarebbe interessante chiederselo perché è la nostra disponibilità a farci artefici responsabili e cooperativi a rendere più o meno prospere le nostre comunità, più o meno significativa la nostra esistenza, più o meno promettente il nostro futuro.

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