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In Cina le emissioni tornano ai livelli pre-lockdown. Anzi sopra

Il focus è ora sulla ripresa della produzione, ma non è cambiato nulla: ora si attende che lo stesso possa succedere anche in Europa

di Elena Comelli

Climate change, tassare le emissioni di Co2: la mobilitazione europea

Il focus è ora sulla ripresa della produzione, ma non è cambiato nulla: ora si attende che lo stesso possa succedere anche in Europa


4' di lettura

La crisi del coronavirus ha avuto un impatto molto maggiore di quanto ci si aspettasse sulle emissioni globali, ma in Cina i livelli d'inquinamento hanno già superato quelli precedenti al lockdown, con un rimbalzo spettacolare, per quanto ampiamente previsto dagli analisti.

Due studi pubblicati in questi giorni sottolineano il profondo effetto della pandemia sull’ambiente, ma anche la sua breve durata. L’effetto degli estesi lockdown in tutto il mondo si è sentito soprattutto in aprile, quando le emissioni globali giornaliere sono calate del 17% rispetto allo stesso periodo del 2019, in base a un nuovo paper uscito su Nature Climate Change.

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«Si tratta di un tracollo senza precedenti, che non avevamo mai osservato prima», sostiene Corinne Le Quéré, docente di Scienza dei cambiamenti climatici all’Università dell’East Anglia e autrice principale dell’articolo. Lo studio ha rilevato che da gennaio a fine aprile la Cina ha registrato il calo più estremo delle emissioni, seguita dagli Stati Uniti e quindi dalla Ue.

Le Quéré ammonisce, però, che il calo globale delle emissioni potrebbe essere di durata molto breve: «Abbiamo ridotto le emissioni molto rapidamente, ma in realtà nulla è cambiato. Abbiamo ancora le stesse strade, gli stessi edifici, le stesse industrie, quindi non appena le misure di confinamento decadono, c’è il rischio che si torni come prima». Non a caso, proprio in questi giorni Bruxelles sta cercando d’imporre dei parametri di stimolo verde alle misure di rilancio dell’economia.

Occhi puntati su Pechino

Tutti gli occhi ora sono puntati sulla Cina, la prima grande economia a tornare al lavoro dopo il blocco e dove si può già vedere che cosa succederà anche da noi se non si metteranno dei paletti. Un’analisi dell’istituto finlandese Center for Research on Energy and Clean Air rileva che i livelli d’inquinamento della Cina sono già rimbalzati ben al di sopra dei livelli pre-crisi.

E questo è soltanto l’inizio. Nell’ultimo mese i livelli di tutti gli inquinanti atmosferici - tra cui ozono, biossido di azoto, biossido di zolfo e particolato fine - hanno raggiunto in tutta la Cina concentrazioni superiori allo stesso periodo dell’anno scorso. «Le industrie molto inquinanti sono state più veloci a riprendersi dalla crisi rispetto al resto dell’economia - spiega Lauri Myllyvirta, il capo analista che ha firmato lo studio -. Il rapido rimbalzo dell’inquinamento e dei livelli di consumo di carbone in tutta la Cina è un avvertimento precoce di come potrebbe essere anche in Europa un rimbalzo guidato dall’industria pesante. E questo in un momento in cui le cateratte dello stimolo all’edilizia non sono ancora state aperte. Ma come fattore trainante è sufficiente l’aspettativa di una gigantesca ondata di spesa pubblica indifferenziata, simile a quella che ha seguito la crisi finanziaria globale del 2009».


Da quando la Cina ha iniziato a revocare il lockdown, tra fine marzo e aprile, l’industria pesante ha ripreso a marciare a tutta velocità e nei prossimi giorni - quando Pechino annuncerà il nuovo obiettivo di Pil per il 2020 - è prevedibile un nuovo rimbalzo, grazie a ulteriori misure di stimolo. Già oggi, comunque, la concentrazione di particolato fine (PM 2,5) è aumentata del 3,1% ad aprile rispetto all'aprile 2019, raggiungendo una media di 33 microgrammi per metro cubo in 340 città, secondo i dati diffusi dal ministero cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente.

«Le grandi imprese del manifatturiero sono comprensibilmente alla disperata ricerca di riprendere la produzione, come richiesto per la ripresa economica, ma il rischio che questo pone all'ambiente non deve essere trascurato», ha dichiarato Ma Jun, fondatore dell’ong cinese Ipe (Institute of Public and Environmental Affairs), in un’intervista a Cbs News.

Improbabile una ripresa verde

La ripresa economica dalle precedenti crisi, del resto, è sempre stata associata in Cina a impennate dell'inquinamento atmosferico e delle emissioni di CO2, come nel caso della ripresa dalla crisi del 2008, che ha portato alla famosa “airpocalypse” dell'inverno 2012-13.

Qualsiasi speranza di una “ripresa verde”, sostiene Ma, è «improbabile, dato che l’attuale priorità della Cina è solo far ripartire la produzione». Ma prevede che «il peggio debba ancora arrivare» e raccomanda all’amministrazione pubblica e alle aziende di mantenere il più possibile i dipendenti in telelavoro, almeno nelle grandi città come Pechino e Shanghai, per tenere il traffico e l’inquinamento dell’aria sotto controllo anche dopo la fine delle restrizioni sui viaggi.

«Un altro preoccupante parallelo» è il boom degli investimenti indifferenziati post-Sars, «avviato dal governo nel 2003 per compensare il rallentamento economico dovuto all’epidemia, che ha provocato un picco dell’inquinamento nella regione che circonda Pechino», sostiene Myllyvirta nel suo rapporto.

Effetti sulla salute

Dallo studio emerge che le regioni cinesi più industrializzate hanno registrato nelle ultime settimane un aumento più marcato delle emissioni di biossido di azoto rispetto alle aree urbane densamente popolate. Nelle regioni residenziali sono generalmente le emissioni dei veicoli che inquinano l’aria e questo divario dipende dal fatto che molti cinesi hanno continuato a lavorare da casa anche dopo l’emergenza sanitaria e che per molti sono ancora in atto delle restrizioni alla libertà di movimento.

Con un livello di utilizzo dei mezzi pubblici ancora molto inferiore rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, bisogna vedere ora che cosa faranno i cinesi quando le restrizioni ai viaggi verranno eliminate. «Tutti e quattro gli inquinanti (particolato fine, ozono, NO2, SO2, ndr) hanno gravi ripercussioni sulla salute e le loro concentrazioni in Cina rimangono molto al di sopra dei livelli di sicurezza, nonostante i miglioramenti della qualità dell’aria ottenuti dopo l’airpocalypse del 2013», rileva Myllyvirta.

E con i livelli medi già al di sopra dell’anno scorso, si rischiano altri episodi estremi, se non ci saranno provvedimenti specifici a favore di uno stimolo verde.

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