stile e tendenze

In clausura forzata il linguaggio (s)fugge sul web. Meglio un silenzio pensoso

Voler fare l'influencer a tutti i costi, al limite dell'esibizionismo, appare in tutta la sua fragilità

di Angelo Flaccavento

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Diario della quarantena. Disegno a china di Angelo Flaccavento

Voler fare l'influencer a tutti i costi, al limite dell'esibizionismo, appare in tutta la sua fragilità


2' di lettura

Superata la quarta settimana di clausura forzata, il logorio comincia a farsi sentire, un po' per tutti. Il distanziamento, a meno di non essere eremiti, asceti, anacoreti e performer dalla disciplina incrollabile che praticano l'immolazione della socialità come medium artistico (il taiwanese Tehching Hsieh in Cage piece ha addirittura vissuto in una gabbia di dimensioni minuscole senza altra compagnia che i propri pensieri per un anno intero) ha dimostrato in maniera lampante che stare con noi stessi è difficile, e forse non ci piace. Ci angoscia e ci consuma, in tutto un rimbombare di pensieri che in solitudine sono plumbei invece che lievi, zavorre invece che ali di farfalla.

Ciascuno reagisce come può. La cabin fever, ov vero la sindrome claustrofobica da isolamento, attanaglia e l'unico balsamo sembra essere l'emittente a portata di mano e di ego: i social. Condividere per provare meno disagio. I mala tempora sono uno stress da alleviare in compagnia, mettendosi in qualche modo in mostra, esaurimento incluso, con le migliaia o milioni di follower poco importa, improvvisandosi, a scelta, esperti virologi, maestri del look, sentinelle della salute pubblica, chef stellati, politologi, alti prelati del workout, esistenzialisti da soggiorno. Nulla che non si vedesse da tempo, anche se le reazioni del pubblico oramai sono diverse, perché gli animi sono esacerbati e ci si infuria anche con le celebrity - Madonna, ad esempio - senza tema di lesa maestà.

Il fatto è che la isolation ha fatto detonare ogni cosa spingendo l'interezza dell'esistere online, ma i linguaggi sono rimasti quelli di un tempo, spesso inadatti alla contingenza, e il rischio è un gigantesco stupidario dal quale nessuno è immune.

L'influencing è stato fino ad oggi la lingua du moment, ma quel pensiero esibizionista adesso appare in tutta la sua fragilità. L'alternativa non si trova ancora, e allora ecco le nudità mostrate a favor di camera come il lato B di Marc Jacobs o della scalmanata influencer e, in PVT, il sexting sfrenato che in questo momento di astinenza forzata vede una impennata. Le teste e la barbe rasate in pubblico abbondano, perché anche del meltdown si può fare mercimonio, come illo tempore Britney Spears.

La sventatezza glamour non mostra segni di cedimento. C'è la stylist che si fa il look con la mascherina top, fustigata senza pietà perché dare addosso alle scioccherie modaiole è sempre facile, quando basterebbe registrare una assoluta mancanza di tatto. Infine ci sono gli integralisti, adesso nei panni di iperzelanti hooligan dello stare a casa - comando cui stiamo aderendo tutti, per condiviso senso civico, senza ostentare.

All'inizio della pandemia strillavano Milano non si ferma e adesso fanno la lezioncina, ex cathedra. In un modo o nell'altro, il messaggio è sempre e solo look at me! La leggerezza autentica e il cambio di prospettiva stentano a prendere forma. Un silenzio vigile e pensoso pare al momento la miglior risposta.

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